Monti e il principio di realtà: no a Roma 2020

Il gran rifiuto di Mario Monti ai Giochi olimpici di Roma nel 2020 rappresentano una dolorosa frattura tra il principio di piacere e il principio di realtà. Tutti avremmo voluto godere dello spettacolo olimpico a casa nostra, a Roma nel 2020, perchè i Giochi fanno immagine e danno prestigio, ma il severo professore, che forse non ama e non pratica troppo lo sport, ci ha costretto a crescere bruscamente e a prendere –ulteriore- piena consapevolezza della nostra reale condizione: non possiamo permetterci il piacere di “giocare” con le Olimpiadi. Monti, con il suo “no” a Roma 2020, ha compiuto un gesto che a livello comunicativo è più clamoroso della riforma delle pensioni e quella prossima sul contrastato articolo 18. E’ stato un gesto coraggioso nella nostra società dell’immagine, che vive di comunicazione televisiva e che raggiunge il suo apice a livello globale ogni quattro anni, in occasione dei Giochi olimpici. Naturalmente, da professore di economia, ha fatto qualche conto e ha deciso di allontanare la tentazione mediatica e politica. Al di là del fascino e della sincera passione che suscitano i Giochi olimpici, la storia moderna ha dimostrato che troppo spesso sono diventati occasione di manipolazione politica oppure, più recentemente, di traino pubblicitario per questo o quel paese, disposto a spendere cifre mostruose per offrire uno spettacolo per definizione globale.

Lo sport moderno è nato dentro i college e le università inglesi, come suprema sintesi di ideali aristocratici e borghesi (un po’ snob), coniugando il merito dei migliori (aristos) con la misurazione, tipica della nuova società capitalistica, di prestazioni, di tempi e pesi, con il controllori arbitri (che dovrebbero essere) imparziali.

Lo sport, dal rugby al canottaggio, passando dalla scherma alle varie “arti marziali” ha avuto una funzione di civilizzazione, ha sublimato la violenza e la guerra regolando i principi della “cavalleria” tra avversari non più nemici. Lo sport è stato parte integrante della formazione dei “gentiluomini”, di una classe dirigente che avrebbe dovuto governare l’Impero britannico. Poi è arrivato il barone Pierre de Coubertin, che ha reinventato i Giochi olimpici moderni, solo in teoria aperti a tutti, ma è riuscito ad universalizzare i valori dello sport, pur con immediati cedimenti alla cultura dello spettacolo diffusa già nella belle époque (i Giochi di Parigi nel 1900, furono un’appendice della grande Expo).

E’ stata Berlino nel 1936 a sancire la svolta “totalitaria” dei Giochi, piegati, nonostante Jesse Owens, alla retorica e alla propaganda nazista, anche attraverso le superbe immagini realizzate da Leni Riefensthal in Olimpia. Dopo i Giochi impoveriti del secondo dopoguerra (Londra 1948; Helsinkj 1952 e Melburne 1956) Roma nel 1960 a voluto lanciare al mondo intero un messaggio di rinascita e di ricostruzione che annunciava l’inizio del “miracolo economico”. Fu lo stesso per Tokio (1964), con l’aggiunta della tecnologia applicata allo sport. Poi la politica nazionale, che non badava a spese per farsi ammirare a livello globale, ha dovuto rassegnarsi a camminare di pari passo con la violenza e il terrorismo che hanno violato il “sacro” suolo olimpico, dalla strage degli studenti e il pugno nero di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico (ero là e li ho visti nel 1968) agli attentati dei palestinesi contro gli atleti israeliani a Monaco (1972) a una lunga serie di boicottaggi e di dispetti tra le super potenze a Mosca (1980) e Los Angeles (1984), per arrivare ai superbi Giochi di Pechino (2008), che hanno sancito in modo trionfale la nuova supremazia cinese, mentre i costi fuori controllo per i Giochi di Atene (2004) hanno contribuito a fare sprofondare la Grecia nella terribile crisi attuale.

Mario Monti, probabilmente, quando ha preso la dolorosa decisione di rinunciare a Roma 2020, aveva negli occhi proprio queste conseguenze, aggravate dai nostri scandali nei Mondiali di Calcio del 1990 e dagli scheletri di cemento armato della piscina che Calatrava aveva progettato a Tor Vergata in occasione dei Mondiali di Nuoto a Roma nel 2009.

Per questo, forse, ha preso la decisione più saggia: con questi precedenti sono “giochi” che non possiamo permetterci (specie se nel 2020 non ci sarà più lui al governo). Ma è tutto il movimento olimpico che ha perso un’occasione preziosa, perché è entrato dentro la grande crisi globale senza interrogarsi sulla effettiva sostenibilità dei Giochi, che rischiano di diventare una specie di “bolla” economica e comunicativa, destinata ad esplodere. Qualcuno, prima o poi, dovrà ricordarsi che i Giochi sono fatti soprattutto da giovani donne e uomini che faticano e si impegnano da una vita, che lo sport è fatto di regole e rispetto dell’avversario, dove vince (quasi) sempre il migliore e chi perde è contento di aver partecipato. Lo sport, forse, è l’unica attività umana che riesce ad educare al tempo stesso alla meritocrazia e all’eguaglianza. Una volta era riservato ai “gentiluomini” che dovevano diventare classe dirigente, oggi è uno strumento formidabile di educazione dei cittadini e soprattutto per i giovani, che tutti insieme possono diventare “classe dirigente”. E questo dobbiamo tenercelo ben stretto, anche se abbiamo rinunciato a Roma 2020.

fdc