La memoria di Brema 28 gennaio 1966

Ci sono ricordi che non ti lasciano mai, che restano acquattati per sempre nella memoria. Per chi ha la mia età, per chi era giovane negli anni Sessanta e aveva iniziato a frequentare le piscine da poco, il ricordo di una tragedia è rimasto conficcato ben dentro il proprio cervello. In una brutta giornata, il 28 gennaio del 1966, il meglio della nazionale italiana di nuoto è scomparso in un incidente aereo, mentre stava atterrando nelle nebbie dell’aereoporto di Brema. La notizia era piombata come un macigno nella vita di quanti conoscevano quei ragazzi, il loro allenatore e il giornalista che ce li raccontava. Tutta l’Italia restò ammutolita ed incredula quando seppe che un vecchio bimotore della Lufthansa si era incendiato in un atterraggio mal riuscito e si era portato via la meglio gioventù che il nuoto italiano avesse mai avuto. Tra di loro c’era Bruno Bianchi, il capitano della nazionale azzurra, nato e cresciuto a Trieste sotto la guida attenta di Carlo Carboni, il suo allenatore, forse un po’ pazzo perché si era fatto tutta la campagna di Russia, ma che era un raffinato artigiano del nuoto. Bruno Bianchi se n’era andato da Trieste per nuotare, lavorare e studiare ingegneria a Torino, nelle braccia accoglienti della Fiat, allenato dal tecnico della nazionale di allora, Umberto Usmiani, originario di Arbe, che con lui poteva parlare quasi nello stesso dialetto.

La storia di quella tragedia, ha segnato una generazione di atleti, tecnici, dirigenti e giornalisti, e adesso è riemersa dalle disperse memorie personali nel libro “L’ultima bracciata. Brema, 1966: la tragedia dimenticata della nazionale italiana di nuoto”, infinito edizioni (2012), scritto da Francesco Zarzana.

L’autore descrive con cura meticolosa gli ultimi giorni e le ultime ore, di una squadra che ci rendeva finalmente quasi grandi anche nel nuoto. In quell’aereo caduto nella nebbia di Brema, oltre a Bruno Bianchi, c’era il suo amico fraterno, il torinese Dino Rora, tanto forte quanto silenzioso, primatista europeo nei 100 dorso; Amedeo Chimisso, veneziano della Giudecca, una vera forza della natura, anche lui dorsista di livello internazionale; la bolognese Carmen Longo, appena sbocciata nella rana; Daniela Samuele, la più giovane del gruppo, delfinista genovese che nuotava all’Olona di Milano, e poi i romani Luciana Massenzi, dorsista che era andata a perfezionare lo stile in Francia, e Sergio De Gregorio, un “purosangue”, stileliberista di talento allenato da Paolo Costoli, anche lui perito a Brema. E poi il telecronista della Rai Nico Sapio, tra i primi a raccontare in televisione le imprese dei nuotatori italiani, che si era appassionato a questo sport povero e di poche parole.

Francesco Zarzana entra nelle vite di questi ragazzi che si apprestavano a nuotare in uno dei primi grandi meeting internazionali di nuoto che venivano mostrati in televisione. Racconta le loro speranze e le loro paure, in particolare quelle di Bruno Bianchi, che per preparare la spedizione di Brema aveva rimandato un esame di ingegneria, pensava al suo futuro e aveva manifestato un po’ di apprensione per quel viaggio in aereo in una giornata che aveva visto sospesi tanti voli. I dirigenti della Fin avevano pensato di mandarli in treno, ma il viaggio sembrava troppo lungo e faticoso e così alla fine trovarono una coincidenza per arrivare a destinazione. Il caso aveva portato in quella ambita rappresentativa nazionale qualcuno che non se l’aspettava e aveva lasciato a casa, magari per una leggera indisposizione, qualcuno che era stato già convocato, spezzando così vite, amori e rapporti che non potevano essere più stretti.

A me è capitato di ereditare una frazione del pesantissimo fardello che quella bella gioventù ci ha lasciato. Per chi nuotava a Trieste Bruno Bianchi era un mito, forse un po’ lontano da quando era andato a Torino, ma era soprattutto un modello di atleta e di persona, che ci veniva raccontato dagli amici più grandi e dal suo ex allenatore che lo seguiva sempre con affetto paterno.

L’anno dopo la tragedia mi è capitato di essere convocato in Nazionale per partecipare allo stesso meeting di Brema. La Federnuoto, e in particolare Umberto Usmiani, ci aveva pensato parecchio prima di decidere di andare a nuotare in quella piscina, incredibilmente piccola per una manifestazione così importante. Alla fine ci siamo andati in treno, facendo quel viaggio che un anno prima era sembrato troppo lungo, con un misto di tristezza, di emozione e di impegno per rendere onore a una gara che forse non ci meritavamo. Ci siamo andati soprattutto per portare un mazzo di fiori sul piccolo cippo che ricordava la tragedia e riportava i nomi di quel tecnico, di quel giornalista e di quegli atleti che per me erano troppo “grandi” per sentirli davvero amici, salvo il dirompente Amedeo Chimisso, con il quale avevo già nuotato e scherzato. Per tutta la vita mi sono portato dentro un vago senso di colpa per aver preso il posto di atleti che consideravo irraggiungibili. Ma la vita è andata avanti. Per me sono arrivati i record italiani e le due finali alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, ma ho sempre sentito quei “compagni di squadra” come stimolo e modello. Un modello che il tempo non può cancellare dalla memoria e che può essere un esempio prezioso anche ai giovani di oggi.

fdc