3 A per Trieste

Potrebbe esserci la tripla A nel futuro di Trieste. Ormai abbiamo imparato che le severe agenzie di rating concedono le 3A (AAA) solo a chi raggiunge l’eccellenza e da qualche tempo si sono messe a declassare banche, nazioni e quasi interi continenti, come l’Europa, che ha avuto l’ardire (hybris) di sfidare il dollaro sul mercato internazionale.

Le tre A, allora, sono diventate un indice di qualità sempre più raro, e solo pochi possono fregiarsi di questa medaglia, che ti fa risparmiare quando vai a chiedere soldi in prestito, magari per pagarti il debito pubblico che hai allegramente e distrattamente accumulato negli anni. Ma dietro a quei numeri, allo spread che ancora ci assilla, ai mutui che ci preoccupano, alle pensioni che si allontanano, al lavoro che non arriva, è l’intero “sistema paese” che viene misurato. Dietro alla struttura economica, ormai dominante (chissà se Marx ne sarebbe contento?), c’è una vera e propria “civiltà”, una “sovrastruttura” fatta di piccole e grandi cose, di abitudini (ethos), di comportamenti quotidiani, come chiedere lo scontrino, fare bene il proprio lavoro, pagare le tasse, pulire le strade, riparare le scuole. Anche gli economisti, quando fanno i loro aridi calcoli, rischiano di dimenticare che quelle 3A misurano anche -se non soprattutto- questa “civiltà”.

Perché, allora, non misurarsi con una tripla A, che potrebbe rappresentare una sfida al futuro? Trieste potrebbe porsi l’obiettivo di raggiungere e di comunicare la sua eccellenza con tre A, e raccontare il suo futuro (proviamo ad inventare e a semplificare) grazie ad Accoglienza, Ambiente, Arte.

L’Accoglienza ha reso grande Trieste, l’ha riempita di senso coniugando l’interesse economico con la tolleranza concreta, praticata da Imperatori come Maria Teresa e Giuseppe II, ma anche da tanti piccoli mercanti e pescatori che non conoscevano Voltaire. Trieste è nata davvero quando ha imparato ad accogliere genti di religioni, culture, lingue provenienti da tutto il Mediterraneo e da mezza Europa. Bastava lavorare, commerciare, costruire, magari rubando qualche metro al mare per allargare la città (Borgo Giuseppino), rispettare (per quanto possibile) le leggi e pagare i tributi (piuttosto ridotti) all’Imperatore. L’Accoglienza, fatta di interessi concreti, di regole e di una tolleranza pragmatica, è stata e può essere (come in parte è già, ma bisogna farlo conoscere in giro) la vera forza vitale della nostra città, dal turismo alla scienza, dagli immigrati al recupero del Porto Vecchio da riempire con nuovi triestini, magari a “part time”, che sappiano apprezzare la qualità della vita che Trieste può garantire. Da queste parti si diventa “triestini” abbastanza volentieri. Basta imparare un po’ di dialetto, ordinare in modo corretto il caffé, non buttare troppe carte per strada, aver letto, almeno un po’, Svevo, Joyce e Saba, saper nuotare e prendere il sole appena possibile, camminare anche quando la bora soffia a 130 chilometri all’ora, studiare con un po’ di disciplina all’antica, lavorare quanto basta. Se poi si sanno anche le lingue, compreso un po’ di sloveno e di tedesco, allora è fatta. L’eccellenza della città, però, non può fare a meno dell’Ambiente. Innanzi tutto quello naturale, dentro il quale Trieste è stata incastonata, tra mare e Carso, in una striscia tanto stretta quanto preziosa che dovrebbe essere protetta con amorevole attenzione. L’Ambiente non è solo il passato geologico, è soprattutto il futuro, ecco perchè Trieste dovrebbe/potrebbe copiare (non è peccato, ha detto Claudio Magris) un po’ dai Paesi del Nord Europa (ma basta guardare a Bolzano) ed investire intelligenza e risorse nel risparmio energetico, dalla mobilità all’edilizia. E infine la terza A: l’Arte. Trieste, in effetti, può essere già considerata un piccola opera d’arte a livello urbanistico, con le sue proporzioni, gli equilibri neoclassici, le leggere infrazioni liberty, le intromissioni della pesante geometria piacentiniana. Senza dimenticare che anche la “città satellite” di Borgo San Sergio è stata progettata da E. N. Rogers, su avanzati modelli inglesi, ma non valorizzata come si poteva. Trieste, però, vuole essere “città d’arte”, a quanto pare, solo per poter tenere aperti i negozi la domenica, ha prestigiosi contenitori che fatica a riempire di qualità, ma potrebbe avere più coraggio, guardare a città come Bilbao, che solo con il Guggenheim Museum, la “nave” multimensionale progettata da Frank Gehry, ha cambiato la sua “destinazione” (nel senso di destino) e il suo futuro, con un milione di visitatori (di qualità) all’anno.

Certo, c’è un intero alfabeto da coniugare per il futuro: C come Cultura, D come Donne, F come Ferrovia, G come Giovani, I come Istruzione, L come Lavoro, M come Mare, T come Trasporti e Talento, S come Scienza, ma avere una città con le tre AAA sarebbe un buon marchio (brand) su cui lavorare.

fdc