Nostalgia Olimpiade

Les Jeux sont faits. I Giochi sono finiti e ne ho già nostalgia. Conosco i limiti delle Olimpiadi moderne nate da un principio tanto bello e vero quanto sottilmente ipocrita: “l’importante è partecipare e non vincere”. Eppure, chiunque si sia avvicinato alle Olimpiadi sa bene che la “semplice” partecipazione è già un premio senza eguali.

La contabilità delle medaglie, ogni quattro anni, diventa la misura della “potenza” sportiva di una nazione e forse potrebbe entrare nella valutazione delle agenzie di rating sul sistema paese e sui debiti sovrani.

Personalmente guardo con fastidio la prepotenza degli sponsor che dettano legge ad organizzatori ed atleti, con perplessità la militarizzazione della sicurezza, con un certo stupore professionisti milionari che si fanno in quattro per partecipare a Giochi nati per i “dilettanti”, con diffidenza i mandarini del Cio, che per un eccesso di diplomazia mettono in un angolo la commemorazione degli atleti israeliani uccisi durante l’Olimpiade di Monaco nel 1972. Soffro quando un incidente, un errore o un giudizio sbagliato privano un atleta del risultato o della medaglia che forse gli spettava, come è successo a Tania Cagnotto, a Vanessa Ferrari e forse a Roberto Cammarelle, ma mi rassegno perchè lo sport rassomiglia (ma è un po’ meglio) alla vita.

Amo i Giochi olimpici, anche se so bene che il barone de Coubertin voleva uno sport riservato ai gentiluomini, senza donne e lavoratori, ma chi parla di “nazionalismo” riferendosi allo spirito cosmopolita e multiraziale dei Giochi, dice parole senza senso e di sicuro non ha mai visto migliaia di atleti, donne e uomini di tutti i colori, che provengo da tutto il mondo, che si confrontano, vincono e perdono, sorridono e piangono, ma alla fine si abbracciano sempre, come è successo alle atlete americane e cubane avvolte dalla bandiera a stelle e a strisce o ai pallanuotisti italiani e croati, che fino ad un minuto prima si erano massacrati di colpi fuori e dentro l’acqua.

Adesso, per altri quattro anni, i media verranno di nuovo invasi dal calcio, con miliardi, scommesse, eccessi, baruffe, mentre chi ama gli “sport minori”, quelli che non si vedono quasi mai, inevitabilmente poveri, che vincono medaglie sconosciute, dovrà portare pazienza (ma tra poco iniziano i Giochi Paralimpici).

Tutti quelli che partecipano alle Olimpiadi sembrano belli, bravi e colorati, ma si fa fatica a ricordarli. A me, per una strana deformazione mentale, restano impressi gli occhi degli sconfitti, in particolare quelli smarriti di Federica Pellegrini, che ha fatto quello che poteva (andate a vedere i tempi dell’ultimo anno), ma ha deluso perchè i media e i troppi spot pubblicitari avevano caricato le aspettative dando per sicure medaglie che erano lontane dalla sua bracciata, corta e pesante rispetto a quella che le aveva insegnato Alberto Castagnetti.

Secondo la contabilità olimpica, brutale, precisa e schematica, l’Italia è davvero una grande potenza (siamo ottavi, vicini a Francia e Germania), ma solo grazie discipline  un po’ strane come il taekwondo o piccole piccole, come arco, pistola e carabina, spesso faticose, come il nuoto di gran fondo, con qualche nicchia preziosa come la scherma e la box. Ecco, allora, lo studente di ingegneria con l’accento toscano che lavora negli Usa e spara ascoltando il battito del suo cuore; la ragazzina di Crevalcore che ha imparato a sparare dal padre Ivan; il saltatore triplo che ride con la faccia triste da operaio.

E poi, in questo paese di individualisti, ci sono gli sport di squadra, come il volley, la danza ritmica, la pallanuoto, “solo” argento contro la gigantesca Croazia, guidata dal Kronos-Rudic, che si è “mangiato” il figlio-Campagna, accomunati dall’oro olimpico azzurro a Barcellona nel 1992. Adesso quelle 28 medaglie serviranno alla politica del Coni per dare e togliere qualche milione di euro a uno sport italiano che resta sempre povero rispetto al calcio, ma infinitamente più vero, serio, pulito ed onesto, nonostante le lacrime piene di doping di un disperato Alex Schwazer, condannato a marciare verso il suo inferno personale.

Ma nessuno si è accorto che Londra 2012 ci ha offerto una soluzione ai problemi dell’Italia, ingessata dalla casta, oppressa dai debiti e svergognata dalla fuga dei capitali. La “soluzione”, che un partito serio ed innovativo dovrebbe prendere al volo, questa volta è arrivata “solo” quinta (i giornalisti, che a Londra erano più numerosi degli atleti, parlano e scrivono così della fatica degli altri), ma ha partecipato a 8 Olimpiadi, ha vinto una quantità di medaglie che non si può quasi contare (in tutto 43). E’ una donna forte, intelligente, coraggiosa, brava come quasi nessuno al mondo. Forse, rispetto ai canoni della politica italiana, con i suoi 48 anni è un po’ troppo giovane, ma con il suo leggero accento tedesco ci garantirebbe uno sconto di due punti sullo “spread”. Perchè non candidare alla presidenza del Consiglio, per governare l’Italia, con la serietà, la forza e l’equilibrio che ha dimostrato, Josefa Idem?

fdc