Il doping e le “streghe” di Lance Armstrong

La faccia tirata dal sudore, i muscoli gonfi di fatica che pompano energia, il corpo teso verso l’arrivo che non arriva mai. E poi il traguardo, le rughe diventano un sorriso, i muscoli si sciolgono, le braccia si alzano al cielo e tutti ti guardano, ti chiamano, ti intervistano, vorrebbero toccarti e forse baciarti. Quante volte abbiamo visto queste immagini? Quante volte ci siamo identificati in questi moderni eroi per condividere la gioia senza la fatica e la responsabilità? Ma quante volte, ormai, il tarlo del dubbio ci ha sfiorato: sarà vera gloria?

Quanta fatica, quanta gloria, quanti dubbi c’erano dentro e attorno a Lance Armstrong? E’ durata troppo l’eterna rincorsa tra il farmaco che ti guarisce, come gli è capitato con il cancro, e il farmaco che ti uccide, moralmente e qualche volta anche fisicamente. Adesso è arrivata la sentenza da parte del’Usada, l’Agenzia antidoping americana, dura, categorica, definitiva, che gli ha tolto tutti i sette Tour che pensava di aver vinto. E dentro di noi –come è capitato con Pantani e tanti altri- le immagini della fatica e del trionfo faranno a botte per sempre con l’orrore che abbiamo nei confronti del grande inganno che è il doping, che non imbroglia solo chi ci aveva creduto e aveva pensato che quella fatica e quel sudore fossero sinceri. Il doping inganna soprattutto chi si sottopone a queste pratiche complesse, rischiose e deformanti. A vincere, infatti, è il lato oscuro, la tentazione di aiutare la propria fatica per raggiungere risultati che non ci appartengono. Il doping illude e fa credere che quei trofei siano reali, che si possa incassare sorrisi, interviste e soldi, tutte ricompense che si credono meritate. Forse è per questo che Lance Armstrong, come quasi tutti, si proclama innocente, anche se alla fine ha rinunciato a fare l’ennesimo ricorso. Forse la parte più oscura del doping è questa deformazione della coscienza. Accettare la scorciatoia magica che offre la moderna scienza della fisologia implica una forma più grave e profonda “alienazione” del proprio essere, che spinge a credere di essere altro da quello che si è in realtà. Lo ha capito l’esile Alex Swarzer, che si è liberato tra le lacrime da un peso troppo grande per lui. Ma è quasi l’unico. Forse perchè è solo un “fante” in una scacchiera più grande di lui. Forse perchè –nonostante tutto- è abituato a faticare e a marciare, con quel passo ondeggiante e schiacciato sulla terra, al quale è vietato la tensione liberatoria del salto come nella corsa.

Lance Armstrong, invece, sulla sua bicicletta tecnologica, era e si sentiva un cavaliere orgoglioso e adesso parla di “caccia alle streghe”. Non si rende conto che così diventa, tragicamente, un personaggio shakespeariano, come Macbeth, che si affida davvero alla protezione e alle ambigue profezie delle streghe. Alla fine, come Macbeth, ha perso la corona e la gloria, ma non ha ancora compreso che “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo” (atto V, scenaV). La cosa più importante, a questo punto, è che nessuno si metta ad applaudire.

fdc