Insulto

“Sono tutti uguali…”. “E’ uno schifo…”. “Sono tutti uguali!”. Ormai sono incipit, svolgimento e conclusione, di qualsiasi giudizio che si riferisca alla politica italiana. Non sono ragionamenti, ma rasoiate che sfregiano il volto della democrazia italiana.

Le conseguenze di questo sentire comune sono e possono avere effetti devastanti perché da più parti si invoca l’uomo forte, almeno sul piano tecnocratico, che ci difenda dallo spread, o si vuole mandare “tutti a casa”, come l’8 settembre ‘43, o si rifiuta il diritto/dovere di votare. Eppure i partiti, a parte qualche manfrina, si preoccupano assai poco di questa catastrofe annunciata e tutti continuano –più o meno- per la solita strada. Certo, in Parlamento sono passati dal vitalizio al sistema contributivo e si sono ridotti qualche piccolo privilegio, ma non è con questi cerotti che si può curare una malattia mortale.

La foto del festino dei consiglieri regionali del Pdl, spesso di estrazione missina ed eletti grazie al sistema delle preferenze -che qualcuno vuole reintrodurre a livello nazionale- travestiti da porci, circondati da “puellae” con i tacchi a spillo e con al centro una Renata Polverini in “borghese” ma opportunamente sorridente, è un insulto. Quella foto è un insulto a Satyricon, a Petronio arbiter, a Fellini, a “Porcile” di Pasolini, ma soprattutto ai cittadini, che hanno pagato lo champagne di quel costoso festino, direttamente o indirettamente, con i loro soldi. La governatrice del Lazio, in un sussulto d’orgoglio, aveva annunciato le dimissioni, ma poi, invece di interrogare la propria coscienza, si è consultata con Berlusconi, che l’ha consolata, assolta ed incoraggiata a “resistere, resistere, resistere” (ognuno ha il suo concetto di “resistenza”).

In Lombardia le feste e le vacanze istituzionali non sono in costume (a parte quella della Lega Nord), ma sono anche più costose. In Sicilia, in Calabria e Campania, è “festa continua” con la moltiplicazione degli assessori, delle auto blu, delle assunzioni a tutti i livelli e la conseguente bancarotta economica ed istituzionale. A questo punto la laurea albanese del “Trota”, la tangente di cui è accusato Filippo Penati, la villa comprata dal cognato di Fini, il rinvio a giudizio di Nichi Vendola, che forse ha favorito un suo amico primario perché è bravo, la casa comprata a sua insaputa all’ex ministro Caludio Scajola, sembrano poco più che sviste etiche. Eppure in quel “sono tutti uguali” c’è una profonda deformazione della realtà, una sorta di facile autoassoluzione di un pezzo consistente dell’opinione pubblica che ha votato, con tanto di “preferenza”, quei consiglieri travestiti da porci. Adesso è troppo facile e troppo comodo rifugiarsi in quel “sono tutti uguali”. Il vecchio Bersani, per esempio, avrà tutti i difetti di questo mondo, ma al massimo si sarà travestito da tortellino a qualche festa dell’Unità. Le sue baruffe con il “rottamatore” Renzi, sono rimaste nell’alveo del fair play competitivo e fare le primarie non significa necessariamente –come raccontano i media sempre golosi di risse- gettare il partito nel caos (per quanto “creativo”). Certo è un po’ penoso che adesso schieri al suo fianco tre collaboratori, due ragazzi e una ragazza (sarebbe stato meglio il contrario), che sorridono un po’ troppo e “in tre non fanno cento anni”, perché, con tutta probabilità, appartengono alle correnti di Veltroni, Rosy Bindi e D’Alema.

Anche quel vecchietto di Bersani, che non si è fatto comprare a sua insaputa qualche villa conveniente con i soldi del partito e non ha partecipato a festini scostumati, che ha tentato qualche timida liberalizzazione, rischia di essere inghiottito dal gorgo del “sono tutti uguali”. Ma non può lamentarsi. Avrebbe dovuto imporre al suo partito scelte forti e clamorose per staccarsi dalla logica della “casta” e dare un segnale di rinnovamento ai cittadini disillusi, disorientati, indignati. Invece di parlare con noi ha continuato a parlare a Renzi, D’Alema, Veltroni e Rosy Bindi. E così, adesso,  …sono tutti uguali.

fdc