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		<title>La spinta propulsiva di Renzi si è esaurita?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 21:14:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chissà se si è esaurita la spinta propulsiva di Matteo Renzi? La Rivoluzione d’Ottobre si è esaurita con la caduta del Muro di Berlino, anche se Berlinguer se ne era accorto nel 1981. E’ passato appena un anno e mezzo dalla pacifica “presa del potere” del giovane fiorentino, ma la sua irresistibile spinta propulsiva sembra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Chissà se si è esaurita la spinta propulsiva di Matteo Renzi?</strong> La Rivoluzione d’Ottobre si è esaurita con la caduta del Muro di Berlino, anche se Berlinguer se ne era accorto nel 1981. E<strong>’ passato appena un anno e mezzo dalla pacifica “presa del potere” del giovane fiorentino, ma la sua irresistibile spinta propulsiva sembra già piena di inciampi, trabocchetti, vischiosità occulte e palesi, dentro e fuori alla sua (pseudo)maggioranza.</strong></p>
<p>La <strong>“vecchia” politica</strong> lo sta risucchiando in una <strong>palude</strong> che rallenta la sua rapidità di movimenti, mentre una <strong>valanga di problemi,</strong> accumulati negli anni precedenti, gli sta cadendo addosso e noi potremmo restare <strong>sepolti con lui</strong>.</p>
<p><strong>La guerriglia della “sinistra” del suo partito</strong> ha raggiunto lo <strong>zenit</strong> in occasione delle elezioni Regionali, quando un candidato sconfitto alle primarie si è messo in proprio, con la benedizione dell’eterno Cofferati, ed ha <strong>consegnato la Liguria a Forza Italia, costringendo Renzi a una “non vittoria”, pur avendo incassato un 5 a 2</strong>.<strong> La “sinistra” dura e pura ha resuscitato la destra berlusconiana, ma ha perso, senza se e senza ma, Venezia.<span id="more-441"></span></strong></p>
<p><strong>Il primo vero grande “inciampo” di Renzi è stato #labuonascuola,</strong> che doveva essere il suo orgoglio e rischia di diventare una Waterloo, con l’<strong>ostilità</strong> di centinaia di migliaia di <strong>insegnanti e studenti inferociti</strong>, che lo considerano peggio della Gelmini.</p>
<p>Ha fatto approvare con <strong>rapidità napoleonica</strong> la riforma elettorale; ha abolito, a quanto pare, le province; sta per eliminare il bicameralismo perfetto, anche se non si sa che fine farà il Senato; ha dato un po’ di soldi agli italiani; ha avviato il jobs act, un “abominio” per Susanna Camusso, che forse darà nuove opportunità di lavoro ai giovani; ha introdotto il divorzio breve ed ha ristabilito il falso in bilancio; <strong>ha rotto il “patto del Nazzareno” per eleggere presto e bene Sergio Mattarella a nuovo presidente della Repubblica</strong>; ha promesso una riforma della burocrazia che l’Italia aspetta dalla sua fondazione; forse ha portato l’Italia fuori dalla crisi. Troppo poco e male per la “sinistra”, dentro e fuori al Pd, che lo considera solo un derivato dell’ex cavaliere. Adesso anche,<strong> il frammento di destra</strong> con il quale deve <strong>governare a</strong> causa della vera <strong>“non vittoria” di Bersani nel febbraio del 2013</strong>, <strong>si sta sfarinando</strong> per alcuni ritorni all’ovile e per l’incriminazione di qualche sottosegretario. In <strong>Europa</strong> –dopo la lunga e grottesca parentesi berlusconiana- ha riconquistato un po’ di <strong>buona considerazione</strong>, anche se <strong>l’antica diffidenza</strong> nei confronti degli <strong>italiani -simpatici bugiardi-</strong> non si è del tutto estinta.</p>
<p><strong>Ma la realtà, brutta, sporca e cattiva, si vendica dell’abile comunicatore.</strong> L’esodo biblico dall’Africa disperata e dal Medio Oriente, devastato dai nuovi califfi, è dentro il nostro presente, con l<strong>’Europa che inizia a Lampedusa e finisce a Ventimiglia e riduce il Mediterraneo a un fossato che ingoia migliaia di persone</strong>. L’abile Matteo Renzi balbetta parole giuste ed inutili, come “non bisogna avere paura”, mentre <strong>pezzi di città si sentono invasi da migliaia di clandestini che trasformano stazioni e giardini in bivacchi e latrine a cielo aperto</strong>. Ha buon gioco, allora, il <strong>populismo –feroce e persuasivo- di Salvini e Maroni</strong>. Forse <strong>non hanno tutti i torti i 5Stelle che si scagliano contro Mafia Capitale</strong>, piena di miasmi insopportabili che soffocano un Pd incriminato (che i suoi militanti non si meritano) e il sindaco <strong>Marino, tanto innocente quanto inerme</strong>. Questa volta non saranno le battute e l’abilità comunicativa a salvare Matteo Renzi. Se la sua spinta propulsiva non è già esaurita, dovrà entrare nella politica dura e faticosa. Dovrà fare scelte difficili e forse anche di rottura per<strong> non ridurre il nostro paese a una pattumiera senza controlli e senza regole, dove si usa il machete al posto del biglietto per andare gratis in treno</strong>. Tra poco sapremo se è stato una <strong>meteora</strong> piena di promesse o se è uno <strong>statista</strong> capace di dare la #svoltabuona al nostro complicato “bel paese”.</p>
<p><strong>f<em>dc</em> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sport e Filosofia tra agonismo e società</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2015 12:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non diffidate dello sport. Non cadete nel grande inganno, costruito soprattutto dai mass media, che ha prodotto una mostruosa contaminazione tra criminalità, politica ed economia, che pretende –a tutti i costi- una spasmodica ricerca del successo. La prima “vittima” di questa deformazione è stato il calcio. Troppo bello (dicono) e dannato, facile e diffuso a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non diffidate dello sport</strong>. Non cadete nel <strong>grande inganno</strong>, costruito soprattutto dai <strong>mass media</strong>, che ha prodotto una <strong>mostruosa contaminazione tra criminalità, politica ed economia, che pretende –a tutti i costi- una spasmodica ricerca del successo</strong>. La prima “vittima” di questa deformazione è stato <strong>il calcio. Troppo bello (dicono) e dannato, facile e diffuso a livello globale per conservare l’innocenza originaria.</strong> Così è diventato –specie in Italia- una specie di <strong>discarica maleodorante</strong>, metafora di una società che sguazza nel <strong>conflitto d’interessi</strong> ed ha il record mondiale –tra i paesi avanzati- della <strong>corruzione</strong> e delle <strong>infiltrazioni mafiose</strong>. Così il <strong>calcio</strong>, che forse non è mai stato davvero innocente, si è staccato dagli altri sport, perché era ed è troppo ricco, potente e viziato e –soprattutto in Italia- ancora <strong>troppo spesso dominato dalla violenza degli ultras, deformato dalle scommesse clandestine, strumentalizzato dalla politica, umiliato dall’ignoranza sessista ed omofoba dei suoi dirigenti, gonfiato a dismisura dai mass media e in particolare dalla onnipotente televisione. </strong>Ma lo sport è un’altra cosa.</p>
<p><span id="more-438"></span>Lo <strong>sport</strong>, come lo conosciamo oggi, è stato <strong>“inventato” in Inghilterra nell’800</strong>, quando la <strong>borghesia trionfante</strong> trasforma i tornei aristocratici, che simulavano la guerra, ma senza morti e feriti, nella sua <strong>nuova “ideologia”: competizione, innovazione, misurazione dei risultati, ma soprattutto regole, arbitri e rispetto degli avversari</strong>. Lentamente, ma non troppo, <strong>lo sport è diventato universale</strong>, aprendosi alle donne e alle diverse classi sociali, senza preclusioni su origini e differenze culturali. <strong>Lo sport è un’etica, un sistema di comportamenti e di valori che hanno conservato al proprio interno il principio della “cavalleria”, come dimostra il “fair play” del tennis o il “terzo tempo” nel rugby o gli avversari che si abbracciano e si sorridono dopo essersi “combattuti” lealmente</strong>. L’esempio più luminoso di questo reciproco rispetto ed ammirazione –se interessa ancora a qualcuno- è l’immagine di due volti giovani e sorridenti, uno bianco e uno nero: J<strong>esse Owens e Carl Ludwing Lutz Long </strong>, che ai <strong>Giochi Olimpiadi di Berlino (1936)</strong>, sono rimasti amici nonostante la rabbia di Hitler.Dentro lo sport si forma l’<strong>etica della responsabilità</strong> dell’individuo che deve prendere coscienza delle sue scelte. <strong>Anche se i filosofi spesso se ne dimenticano, lo sport è un condensato di cultura e di filosofia</strong>. Frequentando lo sport puoi davvero <strong>conoscere te stesso</strong>. Dentro lo sport, il <strong>dialogo tra psiche e soma</strong> diventa più sincero e profondo. Con lo sport scopri che davvero l<strong>’uomo è misura di tutte le cose</strong>. Lungo la strada dello sport, se hai la fortuna di avere come <strong>allenatore</strong> un certo <strong>Zarathustra</strong>, puoi <strong>diventare ciò che sei</strong>. <strong>Lo sport</strong> –anche se il calcio sembra andare in direzione opposta- è stato <strong>all’origine della nostra (ri)civilizzazione</strong>, quando abbiamo dato regole ed obiettivi a dei barbari a cavallo facendoli diventare –almeno in teoria- dei “cavalieri” a difesa delle donne e dei deboli. Il <strong>peccato originale dello sport</strong> –secondo alcuni- è la “<strong>competizione</strong>”, la mentalità della “gara”, e quindi della vittoria a tutti i costi, che sembra essere il carattere distintivo della società contemporanea (capitalista). Ma la realtà è diversa. <strong>La “competizione” è dentro di noi</strong>, fa parte della nostra natura umana ed animale, di eros e thanatos, di paura e di aggressività. <strong>La cultura ha plasmato la natura dandoci regole di convivenza e attraverso la disciplina dello sport ha domato e trasformato –almeno in parte- la nostra aggressività in competizione e rispetto reciproco</strong>. Dentro lo sport –quello praticato e vissuto e non certo in quello solo guardato e “tifato”- scopriamo in nostri limiti e proviamo l’<strong>emozione del miglioramento</strong>, ma sempre confrontandoci con <strong>l’altro, che diventa “noi”</strong> e misura di una crescita che spesso è reciproca. <strong>Lo sport, paradossalmente, è allenamento alla sconfitta</strong>, perché insegna il binomio inscindibile tra fatica e risultato (anche se <strong>qualche volta viene tradito dal doping</strong>). <strong>La vittoria, se e quando arriva, è sempre effimera</strong>. Se e quando arriva, ha un sapore dolce, ma dura poco perché bisogna quasi subito stringere i denti ed allenarsi per la prossima gara e sperimentare così l’<strong>eterno ritorno</strong>. Solo se si impara dalla sconfitta, si può migliorare e sperare –forse e prima o poi- di vincere. <strong>Ci vorrebbe, allora, più sport, agonismo e rispetto degli altri, in politica, in economia e anche nella scuola, a condizione che tutti –davvero tutti- abbiano le stesse opportunità di crescita e maturazione per scoprire e coltivare il proprio talento</strong>.Lo sport è stato inventato per educare i futuri “gentiluomini”, ma adesso dovrebbe essere uno strumento fondamentale per<strong> formare i futuri cittadini e solo lo sport –forse- oggi riesce a conciliare l’eguaglianza dei punti di partenza con la misura del merito</strong>.Un barone francese, che ammirava gli inglesi, alla fine dell’800 ha inventato il più clamoroso e geniale spot pubblicitario di tutti i tempi: <strong>“l’importante non è vincere, ma partecipare”</strong>. Forse era solo retorica, ma personalmente <strong>voglio continuare a crederci</strong>.</p>
<p><em><strong>fdc</strong></em></p>
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		<title>#buonascuola?</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2015 19:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che fare della scuola italiana? Davvero la scuola italiana è così pessima come ci raccontano da anni?  Se leggiamo le classifiche internazionali sembrerebbe proprio di sì. Secondo i dati Ocse l’Italia è molto indietro nelle classifiche internazionali che misurano la capacità di comprensione di un testo scritto, di matematica e scienze (ma non la filosofia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che fare della scuola italiana? Davvero la scuola italiana è così pessima come ci raccontano da anni?</strong>  Se leggiamo le classifiche internazionali sembrerebbe proprio di sì. Secondo i dati Ocse l’Italia è molto indietro nelle classifiche internazionali che misurano la capacità di comprensione di un testo scritto, di matematica e scienze (ma non la filosofia, purtroppo…). <strong>In una ipotetica classe internazionale noi italiani saremmo messi tra gli “asini” o quasi. Ma le cose non stanno così.</strong> La prova empirica viene dagli studenti italiani che frequentano un anno di scuola all’estero, e anche se a casa sono così così, spesso si ritrovano ad essere tra i primi della classe. <span id="more-431"></span>Un’altra prova viene dalla ipercriticata (spesso giustamente) università italiana, che produce <strong>pochi laureati</strong>, che spesso restano <strong>senza un lavoro adeguato</strong>, ma i molti <strong>ricercatori italiani</strong> –che sono costati un <strong>“patrimonio” di soldi e cultura</strong>- che se ne vanno <strong>all’estero</strong> vengono considerati <strong>eccellenti</strong>. Ma la scuola italiana, nella <strong>narrazione</strong> corrente, continua ad essere considerata <strong>pessima,</strong> o quasi. Forse il problema è che le <strong>misurazioni internazionali</strong> vengono fatte –inevitabilmente- con dei <strong>test</strong> (Pisa nel caso dell’Ocse) e noi, come abbiamo visto in questi giorni, <strong>siamo refrattari alla valutazione fatta con le “crocette”</strong>. Ha certamente mille volte ragione chi afferma che la <strong>valutazione degli studenti deve essere globale</strong>, fatta di <strong>impegno, di sguardi, attenzione, partecipazione e capacità critica</strong>, ma questo non nega che si debba sapere  se la <strong>Liberazione in Italia</strong> è avvenuta: a) 8 settembre 1943, <strong>b) 25 aprile 1945</strong>, c) 2 giugno 1946. La<strong> crocetta “giusta”</strong> va messa sulla “b” e questo <strong>non è bieco nozionismo</strong>, ma un punto fisso di una rete di conoscenza più ampia. I<strong> test sono solo un frammento della valutazione degli studenti</strong>, dei professori e -per la proprietà transitiva- dell’intera scuola, ma sono utili e veloci. <strong>Ai test ci si può allenare</strong>, per gestire tempi, emozioni e risultati, e non si deve aver paura del confronto. Il <strong>boicottaggio dei test Invalsi</strong>, in modo più o meno creativo da qualche presunto “buontempone”, è il sintomo del <strong>rifiuto</strong> –frutto avvelenato di una paura ingiustificata- <strong>della scuola italiana di farsi valutare</strong>. Eppure, <strong>senza misurazione non c’è qualità</strong>. L’ipotesi di un <strong>“preside sceriffo</strong>”, nella prima stesura della presunta #buonascuola, era veramente <strong>inquietante</strong> ed è stata fortunatamente <strong>ridimensionata</strong>, ma tutti a scuola sanno chi sono i <strong>docenti che si fanno in  quattro</strong>, organizzano gratuitamente corsi alternativi, teatro, scambi culturali e mille altre iniziative, e c<strong>hi invece si trascina stancamente da un’aula all’altra</strong>. <strong>Possibile che chi lavora di più e meglio non debba essere “riconosciuto” e premiato?</strong> E perché non fidarsi della valutazione degli <strong>studenti</strong> –che sono il vero <strong>“focus” della scuola</strong>- nei confronti dei loro docenti (con l’applicazione della “curva di Gauss” che elimina gli eccessi)? Sempre a proposito della presunta <strong>#buonascuola</strong> –che deve restare <strong>pubblica e laica</strong>- qualcuno dice che è una <strong>“scuola per ricchi”</strong>, perché introduce la possibilità di raccogliere fondi aggiuntivi grazie alla <strong>donazione del 5 per 1000</strong>. Per riequilibrare questo rischio basterebbe assegnare il<strong> 50% di queste donazioni alla scuola di provenienza e l’altro 50% alle scuole meno “ricche” e fortunate</strong>, senza dimenticare che la <strong>battaglia contro la dispersione scolastica</strong>, diffusa prevalentemente al sud, deve essere<strong> strategica per tutti</strong>. La presunta #buonascuola prevede l’<strong>assunzione di circa 100.000 precari</strong>, ma non si deve dimenticare che per anni <strong>lo stato italiano si è comportato come gli scafisti, costringendo migliaia di giovani docenti a pagarsi dei corsi di formazione per essere traghettati verso una cattedra, alla quale –invece- si dovrebbe accedere solo per concorso</strong>.</p>
<p>La forza e la travolgente <strong>velocità comunicativa di Renzi</strong> si è improvvisamente i<strong>mpantanata quando ha affrontato il tema della scuola</strong> ed ha avuto una risposta di massa, gioiosa e creativa, di <strong>studenti e professori, tendenzialmente diffidenti nei confronti di ogni innovazione.</strong></p>
<p>Certo, è <strong>vagamente imbarazzante il premier Matteo Renzi che cerca di spiegare alla lavagna la sua presunta #buonascuola, ma forse non ha tutti i torti quando parla di qualità e merito, perché un paese che non investe, non ascolta, non vuole bene alla propria scuola resterà senza futuro. Ci sarà, prima o poi, #lasvoltabuona?</strong></p>
<p><em><strong>fdc</strong></em></p>
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		<title>La confusione è eccelente?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 08:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Grande è la confusione sotto il cielo. Il momento è eccellente”. Il grande tiranno rivoluzionario, Mao Zedong, probabilmente sarebbe molto soddisfatto di quanto sta avvenendo in Italia. C’è grande confusione sotto il cielo dell’Expo, salvata per un pelo quando stava per annegare in un mare di corruzione, che a pochi giorni dall’inaugurazione non è ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Grande è la confusione sotto il cielo. Il momento è eccellente”</strong>. Il grande tiranno rivoluzionario, <strong>Mao Zedong</strong>, probabilmente sarebbe molto soddisfatto di quanto sta avvenendo in <strong>Italia</strong>.</p>
<p>C’è grande confusione sotto il cielo dell’<strong>Expo</strong>, salvata per un pelo quando stava per annegare in un mare di <strong>corruzione</strong>, che a pochi giorni dall’inaugurazione non è ancora completata, ma -spiegano astuti architetti- le parti mancanti saranno mascherate da abili <strong><em>trompe d’oeil</em></strong> di cartongesso.</p>
<p><strong>La confusione regna sovrana anche sul Jobs Act</strong>, che dovrebbe dare lavoro e <strong>“diritti crescenti”</strong> a migliaia di giovani disoccupati, ma viene definito un <strong>“abominio”</strong> da Susanna Camusso, segretario della Cgil, e tenacemente osteggiato da Maurizio Landini.<span id="more-428"></span></p>
<p>E’ <strong>confusamente furioso Renato Brunetta</strong>, perché -dopo aver letto il Def-  si è sentito scippato dal principio/slogan “non mettere le mani nelle tasche degli italiani”.</p>
<p>E’ <strong>confusamente razzista Matteo Salvi</strong>ni quando dice che vuole “radere al suolo i <strong>campi rom</strong>”, che però restano <strong>luoghi di degrado</strong>, non esistono negli altri paesi europei e sono stati una fonte di <strong>guadagno criminale</strong> per i furfanti di Mafia Capitale.</p>
<p>E’<strong> confusamente svergognata l’Italia</strong>, il paese di Cesare Beccaria e dell’abolizione -il 30 novembre 1786- della pena di morte nel Granducato di Toscana, che è stata condannata dalla Corte europea perché non ha saputo punire i responsabili del <strong>“massacro messicano” alla scuola Diaz</strong> dopo le devastazioni di Genova al G8 del 2001.</p>
<p><strong>Il Grande Timoniere se la godrebbe un mondo guardando il Partito democratico</strong>, che si sta dilaniando dopo aver raccolto percentuali clamorose di consenso, perché, secondo la minoranza interna, “non è abbastanza di sinistra”. La reintroduzione del falso in bilancio, soppresso –chissà perché- da Berlusconi, è di destra o di sinistra? Non lo saprà mai il M5S, che non lo ha votato, pur condividendolo, dopo una confusa consultazione online.</p>
<p>Adesso il <strong>Partito democratico rischia di spaccarsi, con conseguenze tanto confuse quanto minacciose</strong>, sull’approvazione della nuova legge elettorale chiamata <strong>“italicum”</strong>, che è il risultato del “Patto del Nazzareno”, a sua volta conseguenza della “non vittoria” del Pd nelle elezioni del 2013.</p>
<p>L’ “italicum”, che è stato <strong>modificato più volte</strong> ed è andato su è giù tra Camera e Senato, non è privo di difetti, ma <strong>garantisce la governabilità</strong> grazie a un premio di maggioranza al primo o al secondo turno, come avviene per l’elezione del sindaco.</p>
<p>Paradossalmente, i <strong>dissidenti</strong> vorrebbero estendere le <strong>preferenze</strong>, che sono solo <strong>l’ombra di una vera democrazia</strong>. Le preferenze sono state la dannazione della prima Repubblica, con l’inevitabilmente corollario del<strong> voto di scambio</strong> e moltiplicazione dei <strong>costi della politica</strong>. Il problema è come vengono scelti i candidati: dalle segreterie dei partiti, come nel famigerato<strong> “porcellum”</strong>, o attraverso <strong>primarie</strong>, regolamentate e trasparenti? La risposta dovrebbe essere scontata se il Pd non continuasse confusamente a farsi del male con <strong>sindaci “democratici”</strong>, alcuni dei quali con le <strong>radici in Forza Italia</strong>, che vengono <strong>denunciati</strong> in sequenza, con le cooperative rosse, come Cpl <strong>Concordia</strong>, che fanno <strong>l’inchino a D’Alema</strong> e a tanti altri, con le primarie corrotte dalle false tessere e contaminate con i voti del centro destra, tanto che il <strong>partito</strong> rischia di diventare –secondo Fabrizio Barca- <strong>“cattivo e pericoloso”</strong>.</p>
<p>E’ un po’ confusa anche <strong>l’accusa di “democratura” rivolta a Matteo Renzi</strong>, perché cerca –<strong>confusamente</strong>- di imprimere una accelerazione sulle <strong>riforme istituzionali</strong>, sulla Rai, sulla scuola, sulla burocrazia, in <strong>paese a cui piace l’eterna discussione e l’in-decisione permanente.</strong></p>
<p><strong>Ma il vero maoista è Silvio Berlusconi, che si sta confusamente decomponendo con quel che resta della “sua” Forza Italia.</strong></p>
<p><strong>Il momento è davvero eccellente?</strong></p>
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		<title>#MattarellaPresidente e comunicazione politica</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 20:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[#MattarellaPresidente probabilmente è una buona notizia per l’Italia, forse addirittura ottima, ma rischia di essere una piccola catastrofe per la nostra rissosa comunicazione politica e giornalistica. La sua candidatura è emersa solo alla fine, anche se il suo nome appariva e scompariva nei listini che giornali e televisioni, con la complicità della politica, compilavano nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>#MattarellaPresidente probabilmente è una buona notizia per l’Italia</strong>, forse addirittura ottima, ma rischia di essere una <strong>piccola catastrofe per la nostra rissosa comunicazione politica e giornalistica</strong>. La sua candidatura è emersa solo alla fine, anche se il suo nome appariva e scompariva nei listini che giornali e televisioni, con la complicità della politica, compilavano nel corso delle ultime settimane. <strong>Non era certo il prediletto, perché risultava estraneo al gioco al massacro ormai innescato</strong>. Il suo nome, infatti, era poco coerente con il tormentone mediatico e politico sul<strong> “patto del Nazzareno”</strong>, diventato una sorta di <strong>discriminante ideologica</strong> per interpretare tutte le vicende recenti della politica italiana.<span id="more-425"></span></p>
<p><strong>Matteo Renzi</strong>, ha sempre sostenuto che il patto fosse limitato alle riforme istituzionali, ma <strong>nessuno gli ha creduto</strong>. <strong>Berlusconi vi si è aggrappato disperatamente</strong>, illudendosi di partecipare sia al governo sia –soprattutto- all’elezione per il Quirinale. Il patto del Nazzareno è diventato una sorta di <strong>pozzo nero per la sinistra del Pd</strong>, che lo rinfacciava con ostinazione a Matteo Renzi, dimenticando che era stato l’inevitabile <strong>conseguenza delle “larghe intese” inaugurate da Letta dopo la sconfitta di Bersani</strong> nel febbraio 2013. Se la Lega si è chiamata fuori da tutto, salvo che dalla sua alleanza con Marine Le Pen, il patto del Nazzareno è stato demonizzato dal <strong>M5S</strong>, come dimostrazione di un eterno inciucio tra destra e sinistra e per ribadire la sua <strong>diversità ontologica dalla vecchia politica</strong>, dimenticando di essere stato il vero artefice di questo patto contro natura, rifiutando qualsiasi possibile dialogo.</p>
<p><strong>I media, da parte loro, ci hanno sguazzato dentro</strong>, considerando irrilevanti o mendaci le dichiarazioni di Renzi e Serracchiani a riguardo. Nel frattempo varie<strong> forze politiche si sono messe a giocare come bambini</strong> delle elementari con il momento istituzionalmente più importante della Repubblica, candidando Magaldi, Feltri, e addirittura Bersani, tanto per fare qualche dispetto. E <strong>i mass media sono caduti clamorosamente nel giochino di una politica senza responsabilità</strong>. <strong>Autorevoli commentatori</strong> si sono baloccati con la <strong>maledizione dei 101</strong>, mefistofelicamente rievocati da Fassina. Il premier in carica è stato presentato come svolazzante sull’orlo di una crisi innescata dai trabocchetti concentrici della sinistra Pd, del M5S e dalla conciliante attesa dell’ex Caimano in agguato. <strong>Quasi nessuno aveva previsto che Matteo Renzi facesse esattamente quello che aveva promesso</strong>. Ha rifiutato di presentare terne che avrebbero scatenato un <strong>gioco al massacro secondo il modello X Factor</strong>. Ha fatto un ampio giro di consultazione per delineare la fisionomia che avrebbe dovuto avere il nuovo presidente della Repubblica: un politico esperto di questioni istituzionali, ma capace di avere un ruolo di arbitro al di sopra delle parti.</p>
<p><strong>Forse è stata astuzia, forse senso dello stato, che pochi nei mass media e tra gli avversari politici gli accreditano</strong>. <strong>Alla fine ha proposto una figura tanto perfetta per la sua biografia politica ed istituzionale, quanto lontana dal suo stile comunicativo, ma così ha vinto tutta la posta in gioco.</strong></p>
<p>Adesso abbiamo un <strong>nuovo presidente della Repubblica</strong> che appartiene a quel <strong>cattolicesimo democratico</strong> che rassomiglia, per <strong>rigore e severità</strong>, al calvinismo nord europeo. Un <strong>galantuomo</strong>, una persona dalla <strong>schiena dritta</strong>, di <strong>poche parole e tanto pensiero</strong>, intransigente sui principi e sul rispetto della <strong>Costituzione</strong>. L’esatto contrario della politica rissosa, sguaiata e volgare che troppo spesso abbiamo visto dilagare in Parlamento. Se la <strong>sobrietà e il rigore</strong> entreranno nei palazzi del potere, e magari anche nelle piazze televisive, allora sarà davvero una <strong>rivoluzione culturale, e pazienza se per i mass media sarà meno “divertente”.</strong></p>
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		<title>Cambio_ritmo (03.01.15)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2015 22:20:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cambiare ritmo, nello sport, nella vita e soprattutto in politica, è molto difficile. Bisogna avere una profonda consapevolezza delle proprie forze, conoscere bene il terreno in cui ci si muove, misurare la distanza che si deve ancora percorrere per arrivare al traguardo e indovinare le energie che potrebbero avere in corpo gli avversari. Il nostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cambiare ritmo</strong>, nello sport, nella vita e soprattutto in politica, <strong>è molto difficile</strong>. Bisogna avere una profonda <strong>consapevolezza delle proprie forze</strong>, <strong>conoscere bene il terreno</strong> in cui ci si muove, <strong>misurare la distanz</strong>a che si deve ancora percorrere per arrivare al traguardo e indovinare le <strong>energie</strong> che potrebbero avere in corpo gli <strong>avversari</strong>.</p>
<p><strong>Il nostro presidente del Consiglio è energico e caparbio</strong> ed ha promesso -o minacciato- la necessità di imporre un n<strong>uovo cambio di ritmo a questa nostra Italia affaticata e disorientata</strong>. Il <strong>rischio</strong>, però, quando si vuole cambiare ritmo, è quello di andare <strong>fuori giri</strong>, oppure, peggio ancora, di <strong>inciampare</strong>.<span id="more-421"></span> E’ successo con il brutto pasticcio della norma fiscale chiamata <strong>“salva Berlusconi”</strong>, perché depenalizzava il reato di frode fiscale quando il valore dell’imponibile non supera il fatidico 3%. Alcuni esperti dicono che la norma avrebbe la sua <strong>ragionevolezza</strong>, indipendentemente dai vantaggi all’ex cavaliere, ma rimane un<strong> insulto</strong> all’imperativo, etico ed economico, di colpire l’<strong>esercito di furbetti</strong> che ruba decine di miliardi di euro agli italiani onesti, che non vogliono (o non possono) evadere il fisco. Adesso, a quanto pare, il <strong>decreto è stato ritirato, ma l’inciampo ha fatto perdere il passo a Matteo Renzi</strong> ed ha consumato un frammento del vantaggio che aveva sui suoi inseguitori, nella fittissima ed insidiosa corsa ad ostacoli che lo attende nell’anno appena iniziato.</p>
<p>Il premier, con un <strong>ritmo forsennato</strong>, vorrebbe portare a casa, <strong>prima delle elezioni per il Quirinale</strong>, che rischia di essere una sorta di Viet Nam parlamentare, la<strong> nuova legge elettorale</strong>, e poi l’ennesima <strong>riforma della scuola</strong>, che questa volta dovrebbe partire dal basso grazie ad internet. Subito dopo dovrebbe arrivare la <strong>riforma della Pubblica amministrazion</strong>e, alla faccia degli assenteisti cronici e per dissolvere le nebbie burocratiche a vantaggio di cittadini ed imprese. E ancora le <strong>riforme costituzionali per l’eliminazione/depotenziamento del Senato</strong> e il <strong>riequilibrio dei poteri delle Region</strong>i, che sono diventate dei moltiplicatori di spesa pubblica e forse di <strong>sprechi</strong>.</p>
<p>Districarsi in questa<strong> palude politica ed istituzionale</strong> è difficilissimo. Fino a poco tempo fa gran parte del <strong>pubblico</strong> sugli spalti faceva il tifo per il giovane premier, ma adesso, abituato ai tempi televisivi -che lo stesso Renzi ha abilmente utilizzato- <strong>sembra in parte deluso ed impaziente</strong>, perché pretende risultati quasi immediati, dimenticando che sono passati <strong>appena dieci mesi</strong> -un refolo di vento nella politica italiana- <strong>dal suo insediamento</strong>.</p>
<p><strong>La forza propulsiva della comunicazione renziana, però, sembra in parte esaurit</strong>a, i suoi critici dicono che è solo un affabulatore di promesse, e c’è chi –dal leghista <strong>Matteo Salvini</strong> al segretario della<strong> Fiom Landini</strong>- ha guadagnato capacità di apparire e di farsi ascoltare.</p>
<p>L’approvazione del <strong>Jobs Ac</strong>t, che deve ancora misurarsi sui decreti attuativi, tra poco uscirà dalla dimensione ideologica per confrontarsi con la dura <strong>realtà empirica</strong>: arriveranno <strong>nuovi posti</strong> di lavoro “a tutele crescenti” o la di<strong>soccupazione</strong>, soprattutto giovanile, resterà incardinata dentro una crisi infinita?</p>
<p>Facendo questa scelta, <strong>Matteo Renzi</strong> si è messo <strong>contro le gerarchie sindacali</strong>, che però hanno portato in piazza più di un milione di persone, scatenando una <strong>reazione rabbiosa e creativa</strong>, piena di slogan contro di lui, sia tra chi lavora sia tra chi sembra disoccupato a tempo indeterminato.</p>
<p>Per vincere questa <strong>dura corsa ad ostacoli</strong> bisognerà davvero cambiare ritmo, ma i tempi sono strettissimi, il <strong>terreno parlamentare è fangoso</strong>, e <strong>molti, tra maggioranza ed opposizione, sembrano correre con un unico obiettivo: fare in modo che Renzi non arrivi solo al traguardo o –meglio/peggio ancora- non ci arrivi proprio.</strong></p>
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		<title>Mafia Capitale vs &#8220;ossi di seppia&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Dec 2014 18:36:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chissà se la melma maleodorante e schifosa nella quale ci sentiamo immersi è di destra o di sinistra? Fino a pochi giorni fa il dibattito politico sembrava tutto concentrato sulla scarsa affidabilità di Matteo Renzi come rappresentante di un centro sinistra con poca sinistra. I rigorosi tutori di una ortodossia ormai evaporata non si fanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"><span style="font-family: 'Times New Roman';">Chissà se la <strong>melma maleodorante e schifosa</strong> nella quale ci sentiamo immersi <strong>è di destra o di sinistra?</strong> Fino a pochi giorni fa il dibattito politico sembrava tutto concentrato sulla s<strong>carsa affidabilità di Matteo Renzi</strong> come rappresentante di un <strong>centro sinistra con poca sinistra</strong>. I <strong>rigorosi tutori di una ortodossia</strong> ormai evaporata non si fanno incantare dalla <strong>chiacchiere del premier</strong>, dal fatto che abbia <strong>portato il Pd</strong> –cosa che sembrava quasi impossibile viste le sue due animi costituenti- <strong>dentro la casa del socialismo democratico europeo</strong>. <strong>Poco importa, ai raffinati intellettuali</strong> con sfocate memorie marxiste, <strong>che recentemente Renzi abbia citato la più marxiana e rivoluzionaria delle “glosse” a Feuerbach: “fino ad oggi i filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di trasformarlo” (1845).</strong> <span id="more-418"></span>Lo svuotamento dell’articolo 18 e il famigerato <strong>Jobs Act</strong>, che secondo <strong>Susanna Causso</strong> reintroduce il <strong>lavoro servile tra i giovani che il lavoro proprio non ce l’hanno</strong>, avevano portato il <strong>Pd sull’orlo di una scissione mediatica</strong>. Poi, all’improvviso -ma solo per i distratti che non leggono le inchieste de L’Espresso- <strong>esplode l’inchiesta “Mafia capitale”, che erutta fango nerastro su partiti ed istituzioni e ci fa vergognare di essere italiani</strong>. <strong>Il capo</strong> riconosciuto della cupola <strong>è un fascista nerissimo</strong>, un “rivoluzionario” che ha abbandonato l’idea/ideale di imporre al mondo il suo “ordine nuovo” ed è divento un <strong>ingordo accumulatore di potere e di sold</strong>i. Al suo fianco c’è un altro ex rivoluzionario, un “rosso”, che è stato in galera e diceva di essersi redento operando in una storica cooperativa dedita al recupero dei detenuti. <strong>E’ mafia di destra o di sinistra? Di chi è la responsabilità di questa devastante deriva politica ed istituzionale? Di uno, nessuno, centomila, direbbe l’eterno Pirandello, e non a caso lo spudorato Alemanno va in giro mostrando foto “compromettenti” per dimostrare che sono tutti dentro la sua melma.</strong> Gli antichi <strong>opposti estremismi</strong>, che si combattevano e toccavano ai tempi del terrorismo, dopo esser stati <strong>sconfitti</strong> militarmente e politicamente, grazie agli operai comunisti che non cedettero alle lusinghe rivoluzionarie e a pezzi dello stato che resistette alle trame golpiste dei suoi servizi deviati, adesso sono <strong>alleati per divorare quello che resta di Roma e dell’Italia</strong>. Hanno avuto buon gioco in un <strong>paese rassegnato, che ha perso lavoro e fiducia, che non trova un po’ di equità e giustizia</strong> perché non possono essere toccati i diritti acquisiti di vitalizzi e pensioni di diamante. Ormai siamo un paese c<strong>he spreca i suoi giovani ed ha il record europeo di corruzione ed evasione, anche grazie a una burocrazia melmosa</strong>.  Nel circo politico-mediatico-criminale, come al solito ci sono anche calciatori, stelline e conduttori televisivi, che vogliono avere i muscoli di Hulk. <strong>Ma ci sono soprattutto i politici che tradiscono per avere una “paghetta” aggiuntiva di 5000, 10000 o 15000 euro al mese e che dovrebbero essere fulminati da una giustizia efficiente</strong>. Qualche <strong>furbetto adesso chiede le dimissioni dell’impacciato sindaco Marino, l’unico che si è opposto all’esondazione malefica della corruzione che ha invaso gli uffici e i corridoi del Campidoglio.</strong> Naturalmente c’è il solito <strong>inarrestabile Berlusconi,</strong> che si erge a <strong>maestro di etica pubblic</strong>a e chiede le dimissioni di tutti per portare tutti al suo livello. Da dove ricominciare? Come recuperare un po’ dell’antico piacere dell’onesta?<strong> Cosa si può pretendere da un Parlamento che è stato nominato dal “porcellum” incostituzionale voluto dallo smemorato Berlusconi con la complicità del leghista Calderoli?</strong> Ci vorrebbe davvero un po’ di <strong>etica della responsabilità</strong>, di uno sguardo che vada oltre le piccole beghe di cortile per recuperare un po’ di speranza. Ci vorrebbe <strong>“disciplina e onore”</strong>. Ci vorrebbe un po’ di <strong>spirito costituente</strong>, senza chierici rossi o neri. Forse, visto che i politici hanno tradito, dovremmo affidarci ai poeti, all’e<strong>tica rigorosa degli ossi di seppia perché non ci sono più formule che possano aprire mondi e ormai possiamo dire solo “ciò che <em>non </em>siamo, ciò che <em>non</em> vogliamo” (Eugenio Montale, 1923)</strong>.</p>
<p><em><strong> fdc</strong></em></p>
<p></span></span> <!--EndFragment--></p>
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		<title>Comunicazione e terremoti</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2014 09:12:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ tutta colpa della comunicazione, e forse addirittura di un frettoloso comunicato stampa, se il processo sul terremoto dell’Aquila è diventato un pasticcio tanto doloroso quanto inestricabile. Non si tratta soltanto del giudizio rovesciato rispetto al primo grado, ma della materia stessa del processo, che qualcuno ha letto come un processo a scienziati che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ tutta colpa della comunicazione</strong>, e forse addirittura di un <strong>frettoloso comunicato stampa</strong>, se il processo sul <strong>terremoto dell’Aquila</strong> è diventato un <strong>pasticcio tanto doloroso quanto inestricabile</strong>. Non si tratta soltanto del giudizio rovesciato rispetto al primo grado, ma della <strong>materia stessa del processo</strong>, che qualcuno ha letto come un <strong>processo a scienziati che non erano stati in grado di prevedere un terremoto</strong>, fenomeno che –notoriamente- la scienza attuale non è in grado di prevedere. Questa <strong>parodia interpretativa si è diffusa anche nella comunità scientifica internazionale</strong>, che ha considerato l’Italia ferma al processo contro Galileo Galilei, condannato per eresia per aver sostenuto, non senza sarcasmo, la supremazia del sistema copernicano rispetto a quello tolemaico. Come si possono processare degli scienziati per non aver previsto qualcosa di imprevedibile? Non si può. <span id="more-414"></span>Il processo celebrato a l’Aquila, sul terremoto che ha distrutto la città il 6 aprile 2009 ed ha fatto 309 vittime, ha infatti un <strong>segno esattamente opposto</strong>. Se un terremoto non si può prevedere <strong>non si può nemmeno dire che “non” ci sarà, come invece, con una certa ambiguità comunicativa si è fatto</strong>. L’origine del pasticcio, che ha avuto conseguenze catastrofiche, sta nell’<strong>intreccio oscuro, malato e tanto frequente, tra politica e comunicazione, alla voglia pazza di utilizzare ai propri fini propagandistici la credibilità di scienziati autorevoli, per indirizzare l’opinione pubblica</strong>. Nella primavera del 2009 l’Aquila tremava da mesi dentro uno sciame sismico che sembrava interminabile. Un tecnico, <strong>Giampaolo Giuliani,</strong> recuperando una vecchia <strong>teoria</strong> basata sul gas radom, che la comunità scientifica considera del tutto <strong>infondata</strong>, aveva lanciato l’<strong>allarme su un’imminente scossa devastante</strong>, innescando ulteriore ansia e sconcerto nella popolazione. Ma <strong>il governo di allora –come tutti i governi- era aprioristicamente ostile a qualsiasi messaggio che potesse sollevare inquietudine perché dovevamo vivere nella migliore delle Italie possibili</strong>. Ecco, allora, che scatta una <strong>poderosa ed abile operazione comunicativa</strong>, che per essere più forte e credibile, <strong>si traveste di “scientificità”</strong>. Per demolire i messaggi ansiogeni del tecnico Giuliani, sui quali i media si gettavano come cani affamati, l’allora responsabile della p<strong>otentissima Protezione Civile, Guido Bertolaso</strong>, <strong>e il suo vice, Bernardo De Bernardis (l’unico condannato, anche in secondo grado, a due anni e la non menzione)</strong> escogitano una <strong>mossa geniale</strong>: convocano in fretta e furia una <strong>riunione di altissimo livello</strong>, chiamando eminenti scienziati e lo stesso sindaco della città. La riunione, alla quale gli scienziati si presentano con una copiosa documentazione, <strong>dura un’oretta e viene chiusa</strong> in fretta perché <strong>De Bernardis deve presentare ai mass media un comunicato stampa del tutto tranquillizzante. Missione compiuta.</strong> Purtroppo, pochi giorni dopo arrivò davvero la <strong>scossa devastante e non pochi aquilani, tranquillizzati dalla potenza comunicativa del governo, restarono in casa anche dopo la prima scossa restando uccisi in quella successiva. Il “mandante” di quella clamorosa operazione comunicativa ormai è quasi dimenticato; i suoi esecutori forse saranno condannati; ma quale è stato il ruolo degli scienziati, assolti perché “il fatto non sussiste”?</strong> Naturalmente sono <strong>“innocenti”</strong>, ma rischiano di aver<strong> tradito il loro ruolo</strong>, di essere stati <strong>distratti e superficiali sul piano della comunicazione</strong>, perché è materia che non li riguarda, dimenticando che Galileo Galilei, “il maestro di color che sanno” nella scienza moderna, fu anche e forse soprattutto un formidabile comunicatore, capace di diffondere e divulgare risultati e metodo della nuova scienza. E forse proprio per questo fu condannato dal Sant’Uffizio.</p>
<p>Questi <strong>autorevoli scienziati si sono dimenticati di controllare se le loro parole venivano deformate da chi voleva strumentalizzarli e piegarli alla propria opinione</strong> (la <em>doxa</em> è il contrario della certezza scientifica). Adesso sono stati <strong>assolti</strong>, ma forse –senza la minaccia di torture, come avvenne al vecchio Galilei- si sono <strong>distratti o piegati alle lusinghe del potere ed hanno abiurato al rigore del metodo scientifico e all’obbligo della sospensione del giudizio (<em>epoché</em>) in assenza di prove e dimostrazioni adeguate e condivise. E così, il rapporto tra politica e scienza resta faticoso e a tratti pericoloso. </strong></p>
<p><em>  fdc</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Burocrazia e nebbia post moderna</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 07:53:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“…Spesso tra l’palazzo e la piazza è una nebbia si folta…”. La nebbia postmoderna, che ormai avvolge Palazzo e Piazza, non è più quella della metafora di Guicciardini (Ricordi, 141). La comunicazione globale e la presunta trasparenza dello streaming rendono la nebbia mediatica, che entra ed esce dagli occhi e dalle orecchie e ci confonde [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“…Spesso tra l’palazzo e la piazza è una nebbia si folta…”</strong>. La nebbia postmoderna, che ormai avvolge Palazzo e Piazza, non è più quella della metafora di Guicciardini (Ricordi, 141). La <strong>comunicazione globale e la presunta trasparenza dello streaming rendono la nebbia mediatica</strong>, che entra ed esce dagli occhi e dalle orecchie e ci confonde le idee, ancora più insidiosa ed opaca di quella naturale.<span id="more-411"></span></p>
<p><strong>Gli ogm sono dannosi alla biodiversità o salveranno il mondo dalla fame?</strong> Si deve credere a Carlo Petrini o ad Umberto Veronesi, entrambi saggi ed autorevoli? E per capire non ci aiuta nemmeno il metodo scientifico, inventato da <strong>Galileo Galilei</strong>, che pure integrava il salario di professore facendo<strong> oroscopi ai quali non credeva.</strong></p>
<p>Ci avevano detto che <strong>Ebola</strong> era un’epidemia soltanto africana e che potevamo stare tranquilli nelle nostre tiepide case, mentre adesso la nebbia della <strong>(dis)informazione ci sta spaventando ed avvelenando.</strong></p>
<p><strong>L’articolo 18</strong>, nato alla fine delle lotte sindacali degli anni Sessanta, è ancora una <strong>garanzia</strong> per i lavoratori o è diventato un <strong>ostacolo</strong> alla creazione di nuovi posti di lavoro? <strong>Jobs Act</strong> è una nuova <strong>“schiavitù”</strong>, come grida il Movimento 5 Stelle, o aprirà ai giovani uno <strong>spiraglio</strong> nel mondo del lavoro? <strong>La nebbia ideologica è ancora fitta.</strong></p>
<p><strong>Nebbia profonda</strong> anche sulla satira e il buon senso con <strong>Sabina Guzzanti</strong>, che dà la propria <strong>solidarietà a Reina e Bagarella</strong> come provocazione per l’aggrovigliata conduzione processuale sulla trattativa tra mafia e stato, che ha coinvolto perfino il Presidente della Repubblica.</p>
<p>Avevano, forse, la <strong>testa un po’ annebbiata i due senatori del Pd</strong> che si sono dimenticati della lezione di Voltaire ed hanno chiesto l’allontanamento da X Factor del rapper Fedez, che ha scritto una pessima musichetta sul Presidente Napolitano. <strong>Nebbia anche su quel po’ di illuminismo che ci rimane</strong>.</p>
<p><strong>Nebbia fitta sulle Province, abolite a metà, sul Senato, mantenuto artificiosamente in vita per trovargli qualcosa da fare, e sull’Italia che vorrebbe “voltare pagina”.</strong></p>
<p>Ma è la <strong>nebbia melmosa della burocrazia</strong>, “una difficoltà per ogni soluzione” (Herbert Samuel, 1870-1963), che avvolge e soffoca da sempre l’Italia. E’ la <strong>burocrazia assassina</strong> che blocca milioni di euro già stanziati per <strong>Genova</strong>, periodicamente offesa ed alluvionata, tra un ricorso al Tar e uno al Consiglio di Stato, su un territorio fragile e vittima anche dell’ingordigia cementizia dei suoi abitanti. E’ la <strong>burocrazia stupidina</strong> che a Venezia dà una<strong> multa</strong> di 5000 euro a un vecchio <strong>bibliotecario che voleva regalare per strada libri destinati al macero</strong>.</p>
<p>La <strong>burocrazia</strong> si moltiplica, si allarga e si complica nell’incomprensibile <strong>“antilingua”</strong> denunciata da <strong>Calvino</strong>, che ci rende tutti <strong>sudditi invece che cittadini</strong>. Il risultato è che gli <strong>investitori scappano</strong> dall’Italia perché regna l’incertezza giudiziaria ed amministrativa, con <strong>processi interminabili</strong>, seguiti da centinaia di migliaia di <strong>avvocati</strong> e da <strong>giudici</strong> con le vacanze (forse) troppo lunghe che dovrebbero gestire <strong>oltre 100.000 leggi</strong> (Sabino Cassese, 1993), che nessuno può umanamente conoscere ed applicare. L’opacità della <strong>nebbia burocratica</strong> protegge la <strong>corruzione</strong> che sottrae agli italiani onesti 60 miliardi di euro ai quali si aggiungono altri 180 miliardi di <strong>evasione</strong> (Corte dei Conti, 2012), con i quali potremmo rilanciare l’economia, abbassare le tasse e proteggere chi perde il lavoro. Invece, <strong>per trasparenza amministrativa, siamo vicini a Grecia e Bulgaria</strong> e lontanissimi dall’etica burocratica di Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda (dati Transparency International).</p>
<p><strong>La soluzione? Forse non esiste, almeno finché non si licenzierà per giusta causa chi tradisce il messaggio evangelico: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.” (Matteo 5, 33-37).</strong></p>
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		<title>Europei di Nuoto 2014</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2014 21:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Del Campo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ azzurro il cielo sopra Berlino. Guardo ancora incredulo gli Europei di nuoto, felice ed orgoglioso, e vedo braccia che girano vorticose e disciplinate, gambe che palpitano in acqua. Vedo visi giovani, sorridenti e capelli colorati, mentre ascolto commosso l’inno del garibaldino Mameli. Ai miei tempi –ormai lo posso dire- non era nemmeno pensabile un’Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ azzurro il cielo sopra Berlino</strong>. Guardo ancora incredulo gli <strong>Europei di nuoto, felice ed orgoglioso</strong>, e vedo braccia che girano vorticose e disciplinate, gambe che palpitano in acqua. Vedo visi giovani, sorridenti e capelli colorati, mentre ascolto commosso l’<strong>inno del garibaldino Mameli</strong>.</p>
<p>Ai miei tempi –ormai lo posso dire- non era nemmeno pensabile un’<strong>Italia del nuoto</strong> <strong>che vince, domina, si diverte e sorride.<span id="more-408"></span></strong></p>
<p>Ragazze e ragazzi, giovani donne e giovani uomini, che faticano, lavorano, che sono davvero la <strong>meglio gioventù</strong>, che per una volta non abbiamo fatto scappare e che siamo stati capaci di far cresce e di <strong>valorizzare a livello internazionale</strong>.</p>
<p><strong>Federica Pellegrini</strong> sovrasta tutti e per qualche istante mediatico è riuscita a rubare la scena al solito Balotelli. Federica, oro europeo per tre volte di seguito nei 200 stile libero, da giovane portento fragile ed enigmatico, è riuscita a diventare la <strong>carismatica capitana della squadra azzurra</strong>. A fianco di Federica c’è <strong>Tania Cagnotto</strong>, che ogni tanto perfeziona la <strong>preparazione al Centro Federale Trieste</strong> della piscina Bianchi, assieme alla “nostra” <strong>Noemi Batki</strong>, splendido argento dalla piattaforma, allenata dalla madre Ibolya Nagy. Tutto attorno c’è una squadra straordinaria, che ha lavorato in silenzio e con determinazione, che ha raccolto un numero incredibile di <strong>medaglie europee, comprese quelle più lunghe e faticose</strong>, come i 1500 e gli 800 di Paltrinieri e soprattutto i “mostruosi” 25 Km di Martina Grimaldi in “acqua libere”, spesso fredde e limacciose (che a me spaventano). Adesso l’Italia è ufficialmente una grande potenza del nuoto internazionale, ma a me sembra ancora un ossimoro, visto che quando nuotavo entrare in una finale olimpica sembra già un’impresa da sogno.</p>
<p>Fino a <strong>qualche decennio fa l’Italia nel nuoto era un paese sottosviluppato</strong> ed aveva solo poche piscine coperte. Ogni tanto emergeva un fenomeno come <strong>Novella Calligaris</strong>, che <strong>combatteva</strong> contro le povere, enormi ragazze deformate dalla <strong>Germania Est</strong>. Ma come è stata possibile questa clamorosa mutazione antropologica del nostro nuoto? Come siamo riusciti a colmare l’enorme “spread” che ci divideva dal grande nuoto internazionale? Qualche lustro fa, senza troppo clamore, abbiamo iniziato a realizzare quelle <strong>“riforme”</strong> che da anni ci chiedono a livello economico. Abbiamo <strong>investito in strutture</strong> ed oggi abbiamo migliaia di piscine coperte, piccole e grandi, pubbliche e private, che hanno permesso a tante società sportive di crescere, produrre e non disperdere <strong>talenti preziosi</strong>. Ma il “segreto” del successo che stiamo assaporando, a mio avviso, è un altro. La <strong>Federazione Italiana Nuoto</strong>, che ha appena superato brillantemente una sorta di “crash test” amministrativo alla quale l’ha sottoposta il Coni, da anni ha svolto una diffusa opera di <strong>formazione a tutti i livelli</strong>, per tecnici ed istruttori, direttori sportivi e gestori di impianti. Ha diffuso e moltiplicato la <strong>cultura dell’acqua e dello sport</strong>, sul piano medico, scientifico, psicologico, del marketing e del management e ci ha messo anche <strong>un pizzico di …filosofia</strong>. Così il mondo del nuoto è cresciuto, si è diffuso in modo capillare dentro la società italiana e adesso <strong>i risultati si vedono</strong>. <strong>Nel nuoto è la Germania a guardarci da lontano per cercare di colmare lo “spread” che ci divide</strong>. Ma la <strong>ricetta</strong> che abbiamo adottato nel nuoto è del tutto <strong>“europea”: investimenti, cultura e formazione diffusa</strong>. E i risultati si vedono. Il premier <strong>Matteo Renz</strong>i ha telefonato entusiasta al presidente della Fin, senatore <strong>Paolo Barelli</strong>, e se riuscirà ad applicare la stessa<strong> formula fatta di investimenti, lavoro, giovani e formazione, il cielo potrebbe diventare azzurro sopra l’Italia.</strong></p>
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