Che tipo di persona è questo nostro presidente del Consiglio? Come fa, chi governa l’Italia con una buona intensità da quasi vent’anni, ad accogliere, con distratta leggerezza, l’ipotesi che l’azienda cardine dell’industria italiana se ne scappi dal nostro paese? Stiamo vivendo un momento drammaticamente cruciale della modernità globale, il nostro sistema industriale perde competitività su tutti i fronti (meno che nella piccola e media industria, che continua a macinare lavoro tutta da sola), e il vertice della politica italiana sembra far spallucce, senza uno straccio di proposta innovativa sulle relazioni sindacali (che si arrangino), sull’innovazione, sulla ricerca, sulla burocrazia, sulle tasse, sulle infrastrutture e i trasporti (dalle ferrovie alla banda larga). Ma sì, la fuga della Fiat dall’Italia sarebbe la giusta punizione per quel residuo di comunisti annidati nella Fiom. Il nostro presidente del Consiglio, che pure ha speso un sacco dei nostri soldi per salvare “l’italianità” dell’Alitalia (ma piloti e ed hostess sono carini ed eleganti), questa volta non ha nemmeno tentato di esercitare la più piccola, umile e preziosa delle virtù laiche: mettersi nei panni degli altri. In generale i “panni” degli operai sono scomodi, anche quelli di Mirafiori. Certo, sono panni dignitosi, forse un po’ demodè, ma è un esercizio che –faticosamente- bisognerebbe cercare di fare: il turno di notte, uscire all’alba, prendere quando va bene 1200 euro al mese, aggirarsi nelle moderne, asettiche e colorate catene di montaggio (“Tempi moderni” era in bianco e nero) per otto e qualche volta dieci ore al giorno, continua ad essere scomodo. Ma sempre meglio che restare senza lavoro, con i figli che studiano e il mutuo da pagare. Adesso gli operai, che in maggioranza votano per Berlusconi e per la Lega, ma continuano a pagare per il peccato originale di esser stati comunisti o socialisti (ma anche democristiani) e per la superbia di essersi considerati “classe generale”, capace di governare lo stato e l’economia, si insultano l’un l’altro (“venduti”, “irresponsabili”). Ma tutti hanno votato il “referendum del diavolo” con la morte nel cuore, divisi tra lavoro e diritti. Davanti ai cancelli di Mirafiori non si è visto alcun operaio o operaia con il viso sorridente (gli operai sono per definizione poco telegenici), né tra quelli che dicevano di votare sì né tra quelli che dicevano a votare no. In compenso sono entrati anch’essi nella politica mediatica, nella politica degli ultras, dei tifosi da stadio di Nerone, con i politici pronti ad aizzare i leoni. Forse i sindacati hanno esagerato, sono stati troppo rigidi e protettivi nei confronti dei fannulloni e degli assenteisti. Probabilmente Marchionne non ha tutti i torti a parlar male dell’Italia, ma davvero pensa di risolvere tutto con la logica del prendere o lasciare? Adesso produrrà più velocemente tante macchine, ma poi dovrà anche venderle a qualcuno, visto che la Fiat sta perdendo quote di mercato in Europa e in Italia (a differenza della Volkswagen, dove gli operai sono coinvolti nella gestione industriale). E cosa fa il governo italiano? Rimane in tribuna d’onore a fare il tifo e magari fa qualche scommessina elettorale sul sicuro vincitore. Ma se la nostra politica, che dovrebbe essere l’arte del possibile e della mediazione progettuale, si limiterà a fare il tifo e lascerà il sistema produttivo a se stesso, sarà tutta l’Italia a perdere, con o senza Marchionne (comunque in viaggio verso Detroit).
fdc



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fdc