“Inculcare”. E’ il verbo utilizzato dal nostro Presidente del Consiglio parlando della scuola pubblica e delle famiglie. Non c’è bisogno di interpretazioni malevole o conoscere l’etimologia latina per intuire che si tratta di calcare dentro con il piede, spingere a forza, riempire un vaso vuoto. Ma che idea ha, il nostro Presidente del Consiglio, della cultura e della scuola italiana? Chi gli racconta queste cose? Il suo ministro Gelmini, che la conosce assai poco ma l’ha massacrata con i tagli? Il suo ministro Brunetta, che considera quasi tutti i docenti dei fannulloni? Chi spiegherà a questo vecchio signore tanto ricco e troppo potente, che ci sono cose che non si possono comprare? Tra queste c’è la cultura, chi si acquisisce lentamente, con fatica, passo dopo passo, il rispetto di sé e degli altri, l’incontro con mondi plurali ed idee lontane e vicine che altrimenti ci sarebbero precluse. La scuola italiana, maltrattata e tagliata, sta lavorando -nonostante tutto- per salvare quel po’ di memoria che ci rimane in una società che sembra annegare in un eterno presente televisivo. Dentro le nostre aule un po’ scalcagnate parliamo della nostra identità nazionale complessa e sofferta, che nasce dai versi dei nostri poeti e continua nel sacrificio dei tanti giovani che hanno dato la vita per costruire un’Italia che speravano migliore (tra tutti Goffredo Mameli, morto a 23 anni nella difesa della Repubblica romana nel 1849). Parliamo anche della Costituzione (che bisognerebbe tenere sempre in tasca) e capita che gli studenti -appena la scoprono- vi si affezionino subito. Insegniamo, con tanta fatica, a leggere “il gran libro della natura”, come voleva Galileo Galilei, prima di essere condannato per eresia. Qualche volta frequentiamo con i nostri studenti i padri del liberalismo (Hume, Toqueville, Stuart Mill, Croce, Gobetti), che ci hanno insegnato la divisione dei poteri come garanzia della libertà dei cittadini. E poi la scuola pubblica italiana ha permesso a milioni di cittadini (tra cui il sottoscritto) di migliorarsi culturalmente, economicamente e socialmente, anche se adesso non manteniamo più le nostre promesse.
Qualcuno ha mai raccontato al nostro Presidente del Consiglio che i nostri studenti, quando frequentano le scuole straniere, diventano i primi della classe anche quando a casa sono mediocri? Si è accorto che stiamo riempiendo il mondo avanzato di talenti, che abbiamo istruito con i nostri soldi nella scuola pubblica, e che scappano perché non trovano opportunità di lavoro in patria? Sa che stiamo sprecando la risorsa più importante che abbiamo, la cultura, l’intelligenza e l’energia dei nostri giovani, che rimangono disoccupati (29,8%) o precari o sottopagati?
Possibile che pensi davvero che la migliore soluzione per una giovane donna sia “trovarsi un marito ricco” (ma va bene anche un amante)? Dire e pensare queste cose non significa corrompere le speranze dei nostri giovani?
Signor Presidente del Consiglio, perché non si rilegge gli articoli 9 (sulla tutela della cultura), 33 (sulla libertà d’insegnamento, pubblico e privato, ma nel caso di quest’ultimo “senza oneri per lo stato”) e 34 (sulla “scuola aperta a tutti”) della Costituzione, e siccome sappiamo che è molto generoso con le sue ospiti alle feste di Arcore, perché non restituisce quanto ha tolto alla scuola pubblica italiana, che è di tutti e continua a fare più di quello che può?
fdc


