Legge elettorale, “casta” e “bella politica”

Non è facile, in questa nostra Italia, innamorasi della politica. Come faranno, i giovani, a credere a quel povero bracciante, raccontato da Tornatore in Baaria, che in punto di morte dice al figlio –in un rantolo- “la politica è bella”?

Adesso viviamo l’ennesima crisi di governo che non ci meritiamo. Adesso, come al solito, c’è qualcuno che chiede le elezioni anticipate (Di Pietro) e c’è chi le usa come una minaccia (Berlusconi). Poco importa che la crisi nasca tutta dentro il centrodestra, che alle ultime elezioni ha ottenuto una maggioranza schiacciante; poco importa se la crisi è scoppiata per colpa di Fini o per colpa di Berlusconi (sicuramente non per “colpa” dell’opposizione di Bersani e di Casini); poco importa se una lunga serie di ministri, viceministri, autorevoli deputati della maggioranza siano invischiati in “squallide consorterie” tra politici (Verdini) e giudici trafficoni (Marra) o siano stati condannati per questioni di soldi (Brancher), di mafia (Dell’Utri) o di drangheta (Di Gerolamo); che il governo abbia perso tanto tempo prezioso per i vari lodi Alfano o per impedire l’utilizzo delle intercettazioni. Quello che importa, a questo punto, è che tutti parlino di elezioni anticipate (senza preoccuparsi che la decisione spetta al Presidente della Repubblica), mentre ci dovrebbe essere il diritto/dovere del governo di portare fino in fondo il suo mandato.

Ma il rischio più minaccioso è quello di andare a votare di nuovo con l’attuale legge elettorale, che il suo ideatore –Calderoli- ha definito correttamente “una porcata”. La legge attuale ha tolto ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, imponendo delle liste bloccate, nelle quali vengono eletti soltanto i candidati scelti dalle segreterie dei partiti, non si sa con quale criterio (l’obbedienza?). Ritornare a votare con questa legge, adesso o alla scadenza naturale del 2013, sarebbe una piccola catastrofe civile. Vorrebbe dire rassegnarsi a una classe politica che si autocertifica, si autoassolve, si autoseleziona; che non deve render conto di niente ai propri elettori, perché basta mantenere buoni rapporti e soprattutto ubbidire a quei quattro o cinque notabili (o forse uno solo) che decidono se inserirli nella lista elettorale e in quale posizione. Adesso, per ragioni tutte interne alla “casta”, la politica italiana è di nuovo in decomposizione, con un Rutelli che se ne va dal Pd in cui è stato eletto, e un Fini che viene cacciato dal Pdl di cui è co-fondatore, mentre i rispettivi partiti di origine sembrano in stato confusionale.

A questo punto molti hanno la tentazione di ritornare al sistema proporzionale, più o meno corretto, e alla prima Repubblica, con le sue “sane” e continue crisi di governo, il mercanteggiamento di qualche voto di qualche partito minore o minimo per raggiungere la maggioranza (sarebbe il ritorno trionfale di Mastella, che in realtà non se n’è mai andato). Così si ritornerebbe al traffico delle preferenze, che sono state raccontate con sulferea evidenza storica nel “Divo” di Paolo Sorrentino con Toni Servillo nei panni di Andreotti (Premio della Giuria a Cannes nel 2008). Così  si perderebbe definitivamente la possibilità di votare per scegliere davvero il proprio rappresentante, una persona concreta, con una storia e una faccia, in grado di assumersi un impegno con i propri elettori, che può essere “licenziato” (non rieletto) se non lavora in modo adeguato. Così funziona -bene- la legge elettorale per il Sindaco e il presidente di Provincia, uninominale a doppio turno; così funzionava –abbastanza bene- la legge maggioritaria uscita dal referendum popolare del 1993 (con la “correzione” proporzionale del 25%), poi sostituita con l’attuale “porcata” di Calderoli.

Ci sarebbe tanto bisogno che la politica si riconciliasse con i cittadini (è sempre più alta la percentuale di chi dice che non andrà più a votare), restituendo loro la possibilità di scegliere, riducendo davvero i costi della politica (e non in quel modo ipocrita e soprattutto a carico dei “portaborse” precari), avviando una serie di riforme profonde e condivise dai cittadini. Oltre alla riforma elettorale ci sarebbe quella istituzionale per ridurre –dando l’esempio anche alle Regioni, ai Comuni e alle Province- il numero dei parlamentari. Negli Stati Uniti, la più antica democrazia del mondo, hanno solo 100  senatori e 535 deputati, a fronte di 300 milioni di abitanti. In Italia, con 60 milioni di abitanti, abbiamo 630 deputati e 315 senatori (più 7 a vita). Chissà se, a questo punto, saremo condannati a tenerci la legge “porcata” e veder ricominciare il “teatrino della politica” –tanto per citare Berlusconi- oppure qualcuno si ricorderà di quel vecchio bracciante siciliano moribondo e tenterà di dimostrare che “la politica è bella”. Vogliamo scommettere?

fdc