Grillo, “grillini” e …così è se vi pare

E se i “grillini”, scritto con simpatia e sintesi, fossero molto meglio di Grillo? Guardate le facce degli eletti all’Assemblea regionale siciliana e vedrete giovani donne e uomini, ragazze e ragazzi sorridenti, con lavori e vite normali, persone “comuni”, che adesso saranno investiti da una responsabilità straordinaria. Onore a Grillo, quindi, se è riuscito a selezionare grazie alla rete una nuova e potenziale “classe dirigente”, agli antipodi dei Scillipoti e dei De Gregorio “selezionati” da quel Di Pietro che adesso è stato devastato da Report, ma è candidato dallo stesso Grillo, con una coerenza un po’ zoppicante, al Quirinale.
Le urla e le smorfie di Grillo, leader-portavoce di M5S (acronimo che a tutti gli appassionati di 007 ricorda quello del servizio segreto inglese), sono “anti-tutto”, anti Europa, anticasta, antitelevisione, antipolitica, anti Napolitano, con una semplificazione efficace, ma inquietante.
Beppe Grillo, a suo modo, è stato bravo, ha attivato segmenti importanti della società italiana che rischiavano di restare ai margini, ha attraversato a nuoto -non è cosa da poco- lo stretto di Messina, ha decuplicato i suoi voti togliendoli alle tentazioni eversive, come invece è successo in Grecia con i neonazisti di “Alba dorata”.
Beppe Grillo, però, resta inquietante con la tendenza a imporre “le parole giuste”, con le scomuniche nei confronti dei disubbidienti che vanno in televisione, con quel suo comunicare con messaggi registrati per la rete, come faceva, e fa, Berlusconi per la televisione. E’ inquietante per le sue battute un po’ volgari e un po’ senili sulla “ricerca del punto G”, rivolto a una giovane (ex?) “grillina” che si è concessa alla vanità televisiva di Ballarò.
Beppe Grillo, però, sul piano della comunicazione politica è straordinariamente potente. Si nega ai media, ma nei suoi comizi-spettacolo riproduce l’odiato modello televisivo sostanzialmente autoritario: uno parla o urla mentre tutti gli altri ascoltano e applaudono, ma senza il telecomando in mano per abbassare il volume.
Sembra un incrocio post-moderno tra MacLuhan (il medium è il messaggio), Orwell (dittatura sulle parole) e Scientology (rigido controllo sugli adepti). Però funziona, vince, anche se non stravince, modifica e soprattutto modificherà pezzi importanti della politica italiana. Quando dice che porterà in Parlamento non “onorevoli” ma cittadini, le sue parole diventano miele per le mie orecchie repubblicane. Quando dice che un condannato o inquisito non deve candidarsi a cariche pubbliche afferma una banalità rivoluzionaria per l’Italia. Con la sua tecnica comunicativa, violenta e divertente, spiazza gli avversari, che prima lo irridevano, poi lo hanno demonizzato e adesso lo temono.
Anche lui, dopo Berlusconi e Veltroni, ha una “vocazione maggioritaria”, perché pretende di avere il 51% dei voti, visto che non è disposto a dialogare –o trafficare- con alcuno. Ma fino a quel momento cosa farà? Quando i suoi “cittadini” in parlamento saranno decisivi per dare un governo all’Italia, davvero Berlusconi, Alfano e Santanché saranno uguali a Bersani, Renzi e Puppato? La risposta a questa domanda, forse, sarà pirandelliana.
Il Partito democratico in Sicilia ha vinto per sottrazione, ma ha portato ai vertici regionali un candidato strano e straordinario, comunista e cattolico, gay, poeta e condannato a morte dalla mafia, che forse sarebbe piaciuto a Pasolini, ma senza maggioranza per governare. La solita politica, siciliana e nazionale, prevede –e forse spera- in complicità ed inciuci, con qualche “prestito” in cambio di favori sottobanco. Il nuovo presidente, invece, con la voce e la faccia un po’ così, dice cose strane e un po’ pazze: che avrà una maggioranza bulgara, che eliminerà un nugolo di consulenze milionarie e taglierà il suo stipendio del 50%, che adesso la mafia dovrà fare le valige dalla Sicilia. Dall’altra parte il partito-movimento che ha la maggioranza dice di essere composto da “zitelle acide”, ma disposte a farsi sedurre, se le proposte di governo saranno adeguate.
Se la Sicilia è davvero un laboratorio per la politica italiana, dopo le “convergenze parallele” della prima Repubblica, il “porcellum” della seconda, forse ha dato inizio alla terza Repubblica, che non dovrebbe dispiacere a un teatrante come Beppe Grillo, perché sarà fondata su “uno, nessuno e centomila” e “così è se vi pare”.