Il Parlamento del Signore delle mosche

“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”. In momenti come questi è davvero opportuno rifugiarsi nella limpida saggezza della Costituzione. L’articolo 54, infatti, dà indicazioni precise e chiare su come si deve comportare chi è diventato “classe dirigente”. E invece il Parlamento, in questi giorni, mostra un imbarbarimento che non ha precedenti nella storia repubblicana, che pure ha visto scontri epici.

Oggi, nel parapiglia generale, pochi si ricordano che la Costituzione dà un esempio di rigore e sobrietà e che ci obbliga a parole, azioni e gesti guidati da “disciplina ed onore”. E invece no. Negli anni scorsi i leghisti avevano esposto cartelli e il cappio da impiccato, qualche “moderato” aveva ingurgitato manciate di mortadella per festeggiare la caduta del governo Prodi. Adesso il Movimento 5 Stelle ha imposto un salto di qualità (all’indietro) nella comunicazione politica “futurista”, basata sul l’urlo, il pugno, lo schiaffo, l’insulto e ci manca solo il pugnale. Si sono adeguati alla logica di “molti nemici molto onore”, vanno in branco alla conquista fisica dei banchi del governo, organizzano squadre d’assalto che impediscono l’attività dei parlamentari nelle varie commissioni e così piovono schiaffi, morsi e cazzotti a destra e sinistra. Le donne, come sempre, sono protagoniste e vittime di queste aggressioni, con una deputata “grillina” allontanata con un manrovescio da un questore anziano, che ha chiesto scusa, e un gruppo di deputate democratiche sfregiate dall’ennesimo insulto maschilista e sessista da parte di un collega M5S, che non ha chiesto scusa, ma ha rincarato la dose. E così, nella rissa generale, non si capisce più chi ha iniziato, chi è stato aggredito e insultato e chi cerca di mettere pace. Forse siamo arrivati a un momento decisivo per riformare la democrazia e il funzionamento della politica: una nuova (per quanto difettosa) legge elettorale, la fine del bipartitismo perfetto e ridimensionamento, anche economico, del Senato e del Titolo V sulle Regioni. Emergono, invece, i nuovi conservatori, che per cambiare tutto non vogliono cambiare niente. M5S, all’inizio, aveva suscitato tante speranze, anche in chi non lo aveva votato, con quei volti nuovi, giovani e puliti, ma è rimasto sterile nella ricerca di una purezza impossibile. Si è messo a contare gli scontrini per i rimborsi con un clamoroso spreco di intelligenze ed energie. Adesso, questi giovani che promettevano un radicale ricambio della politica, si sentono dei “guerrieri” ma sembrano adolescenti imbarbariti e senza regole, dominati da un dispettoso “Signore delle mosche” (William Golding, 1952), e vanno all’assalto delle istituzioni mescolando squadrismo e goliardia. La comunicazione politica futurista di M5S si manifesta anche con la richiesta –del tutto infondata- di “impeachment” nei confronti del presidente Napolitano, che in base all’articolo 90 della Costituzione può essere messo sotto accusa solo per “alto tradimento o attentato alla Costituzione”. Il presidente della Repubblica è un signore di 88 anni, pieno di esperienza e memoria, “condannato” a un nuovo settennato per rimediare all’inerzia e alla confusione di una casta senza fantasia e coraggio. Può essere criticato per le sue scelte, per aver svolto un ruolo di supplenza a una politica incartata su se stessa, ma non può essere insultato, chiamato traditore e boia. Lo sa bene il Signore delle mosche che guida M5S, ma si tratta solo di tattica comunicativa: insulta, insulta, qualcosa rimarrà.

Dopo aver messo al bando giornalisti fastidiosi, insultato tutto e tutti, donne in particolare, adesso vogliono impedire il funzionamento, già zoppicante, delle istituzioni e di demolirne la residua credibilità. Tanto peggio tanto meglio? Forse qualcuno si diverte così, ma ricordiamoci che nel “Signore delle mosche” non c’è il lieto fine.